Ho avuto l’onore di vedere una mia frase apposta come epigrafe del libro di Francesco Recami, “Prenditi cura di me” (Sellerio, Palermo, 2010), un bel romanzo dello scrittore fiorentino, candidato quest’anno al premio “Strega”. La frase è la seguente: “Firenze ha un conto in sospeso con la modernità” ed era l’incipit di un mio testo di introduzione ad un volume del Comune di Firenze sull’architettura moderna a Firenze (“Verso la città moderna”). Il testo era abbastanza complesso e partiva dalla polemica che negli anni ’30 aveva dilaniato la città intorno al concorso che portò a scegliere per la nuova stazione ferroviaria di Firenze il progetto del gruppo di Giovanni Michelucci: allego l’intero testo per chi volesse leggerlo. Michelacci era il campione dell’architettura razionalista, in totale e concettuale rottura con il neoclassicismo, vera e propria bandiera del regime fascista e una parte degli intellettuali italiani. Ma, come cerco di evidenziare nel mio testo, lo scontro non è solo sull’architettura ma esso riguarda tutta la cultura, direi la concezione della società. Da lì, da quello scontro che pure la modernità vinse, Firenze non riesce più ad interpretare in modo audace e creativo la modernità.
Francesco Recami, in una sua intervista su “la Repubblica”, dice che la mia frase è banale e, forse, estrapolata dal contesto può anche esserlo. Il fatto è che il bel romanzo di Recami si svolge nelle periferie, quelle sì banalissime, di Firenze. Recami traccia un parallelo fra il corpo malato, morente, della mamma del protagonista del suo romanzo e il corpo urbanisticamente malato di Firenze. Penso che abbia ragione. Nel mio piccolo, alla fine degli anni ’80 mi impegnai contro il progetto di urbanistica contrattata Fiat-Fondiaria che, a mio avviso e secondo quello di molti altri (peraltro la maggioranza del congresso dell’allora PCI di Firenze), era una sorta di tumore in una delle parti ancora sane della città. Nel corso degli anni, poi, purtroppo la crescita urbanistica della città in quell’area è avvenuta in modo disordinato, senza un disegno, completamente distaccato dalla modernità che in altre città europee ha dato una nuova identità alle città, producendo zone caratterizzate da funzioni banali (perlopiù il consumo, con i grandi e anonimi centri commerciali), cementificando le poche aree libere e lasciando orrendi e banali immobili come la Scuola Sottoufficiali dei Carabinieri (oggetto delle indagini della magistratura). Insomma, anche questa occasione della citazione di Recami, a me totalmente sconosciuta fino a pochi giorni fa, è occasione per una riflessione sulla città. In ogni caso un libro davvero bello quello di Recami.








San Suu Kyi

