Chi sono veramente i lavoratori immigrati in Toscana che hanno scioperato il 1° marzo? Una lettura seria del recente rapporto 2009 dell’IRPET, “Il lavoro degli immigrati in Toscana: scenari oltre la crisi”, ce ne restituisce una immagine certamente più realistica delle fobie con le quali si disegnano inesistenti scenari da invasioni barbariche di cui sono piene le cronache e il discorso pubblico. Emergono da questa fotografia due elementi apparentemente contraddittori ma che devono far riflettere: i lavoratori immigrati “salvano” la toscana da uno stato di tensione nella “demografia” delle forze di lavoro determinata dal fatto che la mano d’opera italiana non sarebbe sufficiente a soddisfare le richieste delle aziende che, appunto vengono soddisfatte grazie agli stranieri; ma dall’altro lato si registra una “segregazione” degli occupati stranieri in pochi comparti e figure professionali e a prescindere dai titoli di studio (persone qualificate che accettano lavori di più basso profilo: uno “spreco di talenti”). Questa condizione costituisce un vero e proprio rovesciamento dell’immagine che generalmente si ha dell’immigrazione: non ci rubano il lavoro, bensì lo salvano e contribuiscono significativamente al grado di sviluppo della regione; sono discriminati da noi che imponiamo condizioni di scarsa mobilità ascendente a fronte di buone qualificazione, discriminiamo la carriera di donne immigrate, paghiamo meno il lavoro degli immigrati. Discriminazione tanto più grave se consideriamo che ormai dei 310 mila immigrati residenti in Toscana il 20% sono minori (di cui 6 su 10 nati in Italia) e il 52% sono donne. Essere donne, madri e immigrate – anche in Toscana – costituisce un grave handicap se hai bisogno di lavorare: il tasso di occupazione è molto più basso, sia in senso assoluto che in relazione alle italiane, in tutte le classi di età. Se sei giovane, madre, immigrata spesso rinunci a cercare lavoro perché il minor ricorso agli scarsi servizi per l’infanzia e l’assenza di una rete familiare di sostegno rende incompatibile il ruolo di madre e lavoratrice. E, in ogni caso, è statisticamente più difficile trovare chi ti assuma. La crisi poi fa il resto: essa colpisce maggiormente i gruppi sociali più deboli, appunto donne, giovani e immigrati. Nel primo semestre del 2009 il tasso di disoccupazione degli stranieri è arrivato al 10%.
Ora, davanti a questo quadro, è chiaro che la questione immigrazione ha limitati significati relativi alla sicurezza, mentre riguarda molto il rapporto fra sviluppo economico e coesione sociale della comunità toscana e da essa dipende una parte non piccola del livello di benessere e cura della nostra regione, nonché del suo grado di civiltà. Per questo a me pare poco comprensibile che nel programma della coalizione che sostiene Enrico Rossi non si faccia cenno alle tematiche del lavoro degli immigrati, mentre si dedichi un discreto spazio al tema del Centro di Identificazione ed espulsione che, per quanto opinabile, non può che affrontare una parte marginale della problematica immigrazione.
Simone Siliani
Una lettura seria del recente rapporto 2009 dell’IRPET, “Il lavoro degli immigrati in Toscana: scenari oltre la crisi”, ce ne restituisce una immagine certamente più realistica delle fobie con le quali si disegnano inesistenti scenari da invasioni barbariche di cui sono piene le cronache e il discorso pubblico.
Emergono da questa fotografia due elementi apparentemente contraddittori ma che devono far riflettere:
i lavoratori immigrati “salvano” la Toscana da uno stato di tensione nella “demografia” delle forze di lavoro determinata dal fatto che la mano d’opera italiana non sarebbe sufficiente a soddisfare le richieste delle aziende che, appunto vengono soddisfatte grazie agli stranieri; ma dall’altro lato si registra una “segregazione” degli occupati stranieri in pochi comparti e figure professionali e a prescindere dai titoli di studio (persone qualificate che accettano lavori di più basso profilo: uno “spreco di talenti”).
Questa condizione costituisce un vero e proprio rovesciamento dell’immagine che generalmente si ha dell’immigrazione: non ci rubano il lavoro, bensì lo salvano e contribuiscono significativamente al grado di sviluppo della regione; sono discriminati da noi che imponiamo condizioni di scarsa mobilità ascendente a fronte di buone qualificazione, discriminiamo la carriera di donne immigrate, paghiamo meno il lavoro degli immigrati. Discriminazione tanto più grave se consideriamo che ormai dei 310 mila immigrati residenti in Toscana il 20% sono minori (di cui 6 su 10 nati in Italia) e il 52% sono donne. Essere donne, madri e immigrate – anche in Toscana – costituisce un grave handicap se hai bisogno di lavorare: il tasso di occupazione è molto più basso, sia in senso assoluto che in relazione alle italiane, in tutte le classi di età.
Se sei giovane, madre, immigrata spesso rinunci a cercare lavoro perché il minor ricorso agli scarsi servizi per l’infanzia e l’assenza di una rete familiare di sostegno rende incompatibile il ruolo di madre e lavoratrice. E, in ogni caso, è statisticamente più difficile trovare chi ti assuma. La crisi poi fa il resto: essa colpisce maggiormente i gruppi sociali più deboli, appunto donne, giovani e immigrati. Nel primo semestre del 2009 il tasso di disoccupazione degli stranieri è arrivato al 10%.
Ora, davanti a questo quadro, è chiaro che la questione immigrazione ha limitati significati relativi alla sicurezza, mentre riguarda molto il rapporto fra sviluppo economico e coesione sociale della comunità toscana e da essa dipende una parte non piccola del livello di benessere e cura della nostra regione, nonché del suo grado di civiltà. Per questo a me pare poco comprensibile che nel programma della coalizione che sostiene Enrico Rossi non si faccia cenno alle tematiche del lavoro degli immigrati, mentre si dedichi un discreto spazio al tema del Centro di Identificazione ed espulsione che, per quanto opinabile, non può che affrontare una parte marginale della problematica immigrazione.