Il Muro secondo Tabucchi

Questo  articolo, dal titolo “Il Muro secondo Tabucchi”, è appena uscito sul numero 466-467 di TESTIMONIANZE. Fa parte di un volume di Testimonianze dedicato al ventennale del crollo de Muro di Berlino (che comprende articolo di Severino Saccardi, Nadia Urbinati, Lucio Caracciolo, Mauro Ceruti, Rodolfo Ragionieri e molti altri).
Il volume è richiedibile e acquistabile alla sede della rivista, nelle maggiori librerie (la redazione è in via G.P.Orsini, a Firenze, tel.055-688180 e-mail: infotestimonianze@gmail.com; il sito della rivista è www.testimonianze.org

Gregorio saltella di qua e di là da una linea immaginaria, con le sue lunghe gambe da cicogna e l’aria un po’ sognante e distratta che conserva da quando era ancora un ragazzino: “Vedi? di qua era Est e di là Ovest. Il Muro passava di qua. Lì c’è stato il primo sfondamento pacifico del Muro. No, al Check Point Charlie non ti ci porto: è tutta roba da turisti! Vendono la Storia per il costo di una fotografia con due finti soldati russi e americani: è una vergogna! Il Muro, poi, in alcune parti lo stanno rifacendo con gli stessi murales; in altre parti invece ci mettono immagini della Coca Cola, ma siamo matti?”

E’ un vero turbinio di attraversamenti immaginari, una geografia politica continuamente mescolata a nuove architetture, questo mio primo viaggio a Berlino. Mi fa da Cicerone un vecchio/giovane amico che qui ha comprato casa affascinato dal crollo e dalla ricostruzione della città. Ho scelto il 2009 per venirci ovviamente non per caso. Quel Muro, il simbolo della divisione del mondo in due sistemi politici, economici, culturali e militari contrapposti, ha condizionato più di ogni altra costruzione umana la mia formazione politica durante tutto il corso degli anni ’80: davvero ha segnato al contempo un confine da oltrepassare, una sfida continua al pensiero dominante, ma anche – ora lo capisco meglio – una limitazione delle possibilità individuali e collettive della politica, della cultura, del pensiero.

Non si tratta di mera biografia personale, è stata – credo – la storia di qualche generazione, cresciuta all’ombra del Muro, convinta che quella divisione del mondo sarebbe stata la cifra immodificabile della propria esistenza. Neppure nei mesi che precedettero quella fine molti davano credito al fatto che il Muro sarebbe potuto crollare e soprattutto che ciò sarebbe avvenuto pacificamente, per effetto principalmente della spinta di libertà e verso la democrazia di migliaia di cittadini, singoli o organizzati, di Oltrecortina.

Si discute ancora oggi su quali siano stati gli effettivi elementi che hanno determinato il crollo e certamente i politologi hanno ragione di proporre letture storiche anche molto diverse fra loro, non necessariamente contraddittorie. E, naturalmente, non si tratta di un mero dibattito storiografico, bensì di una discussione politica, sulla carne viva della cronaca di venti anni fa che però presenta ancora oggi nervi scoperti e sensibili..

Tuttavia, almeno per un momento e certamente dal punto di vista del mio “pellegrinaggio” laico lungo la linea oggi invisibile del Muro, possiamo ricordare la cronaca e la dinamica del primo vero crollo. L’immagine che sotto questo profilo appare più significativa non è quella dei cittadini dell’Est e dell’Ovest che “picconano” fisicamente il Muro. Bensì la folla, pacifica e tenace, dei berlinesi dell’Est che si presentano al check point di Bornholmer Strasse e insistono per poter passare dall’altra parte. Semplicemente, eppure così rivoluzionario: attraversare la propria città, passare dall’altra parte, attraversare la strada ed entrare nell’altro mondo. Le guardie della Germania Est tentano di opporre ostacoli burocratici (i passaporti, il permesso e il timbro, ecc.). Ma loro, i cittadini, duri: insistono, “perché non possiamo andare di là? E’ ridicolo!”. Pretendono l’impossibile, eppure la logica, la normalità. Alla fine le guardie cedono: aprono il varco e migliaia di persone assaporano per la prima volta il gusto della libertà, quella di attraversare la strada, andare oltre. Lì finisce il mondo del Novecento; semplicemente per l’ostinazione dei cittadini, di tanti individui che si mettono in gioco e, uno per uno, senza una regia superiore, senza un partito, un sindacato, un leader che li guida. E’ la tranquilla, eppure impetuosa e incontenibile forza della libertà. Che non è una forza astratta, né la pratica egoistica dell’individualismo sfrenato della cultura berlusconiana. E’, invece, farsi carico degli altri, del futuro; mettere a rischio le proprie certezze per garantire il futuro non solo per sé, ma per tutti. E’ la forza tranquilla e impetuosa degli individui che chiedono democrazia, diritti, che chiedono di poter pensare e decidere con la propria testa.

E’ qui il punto di contatto profondo con l’altro ‘89, quello che si consuma nella grande piazza Tien An Men dove migliaia di cittadini chiedono la cosa più normale del mondo (o meglio di questa parte del mondo, giacché in quella parte del mondo ancora oggi ciò che a noi appare normale è proibito: leggere ciò che si vuole, pensare e parlare e scrivere liberamente, navigare in Internet senza restrizioni, votare in un ambiente politico pluralista): diritti, apertura, democrazia. A distanza di 20 anni possiamo dire che la Storia ha dato ragione a Pechino e non a Berlino: la dirigenza cinese ha dato vita ad una transizione senza soluzioni di discontinuità sacrificando diritti e democrazia sull’altare della omologazione al sistema economico globale; mentre la rottura con i regimi totalitari dell’Est e l’apertura ai movimenti democratici hanno spazzato via interi gruppi dirigenti, anche chi come Gorbachev fu protagonista di quell’apertura.

Le immagini che seguirono quel primo momento di sfondamento pacifico sono diventate più  persistenti nella nostra mente e hanno, in qualche modo, oscurato questo inizio: i cittadini che salgono sopra il Muro e lo abbattono fisicamente con qualsiasi cosa avessero a disposizione, oppure l’ultimo grande musicista del Novecento, Mtislav Rostropovich, che suona il suo violoncello sulle macerie del Muro, sono queste le immagini che restano scolpite nella memoria. Ma è importante ricordare, richiamare alla mente come quei momenti mitici siano costati sangue ad intere generazioni, fino agli ultimi, quella dozzina di persone uccise dai Vopos durante il tentativo di fuga dall’Est nei mesi che precedettero il crollo del Muro, a cui è dedicato un improvvisato e nascosto pantheon sotto i tigli al lato del Bundestag, a dimostrazione di come fino al maggio-giugno ancora non vi fosse la consapevolezza che di lì a poco la divisione del mondo costituito dal Muro sarebbe svanita. Oppure a dimostrazione quanto la voglia di libertà sia una forza insopprimibile, incontenibile, per la quale anche giorni o mesi di rinuncia siano insostenibili.

Durante tutti gli anni ’70-’80, molti di noi erano convinti che il nostro mondo sarebbe stato per sempre diviso da quel Muro, che niente sarebbe mai cambiato (almeno non nel corso della nostra esistenza). Quel Muro separava popoli, persone, idee, culture in modo del tutto artificiale; impediva, almeno così pareva a noi, di pensare liberamente perché ogni pensiero (così come ogni politica, progetto culturale, utopia) veniva automaticamente e necessariamente etichettato: a Est o a Ovest, di qua o di là dal Muro. Da noi si traduceva così: di qua la libertà (in nome della quale poteva avvenire qualsiasi cosa e ne sapevano qualcosa i popoli dell’America Latina o del Medio Oriente), di là la dittatura. Di là dal Muro invece si traduceva così: di qua la pace e la giustizia (a costo della limitazione delle libertà individuali), di là il moloch del Capitalismo.

In questo ventennale, mi pare che troppo poco si sia riflettuto su questo spartiacque della storia. Si pensa piuttosto che l’inizio dell’epoca nuova non sia il 9/11 (scritto all’europea: cioè il 9 novembre 1989, appunto), bensì il 9/11 (scritto all’americana, cioè l’11 settembre 2001 con l’attentato alle Twin Towers a New York). L’inversione numerica implica differenze politiche e culturali nella visione del mondo: nel primo caso ciò che risalta è l’apertura, l’incontro fra due mondi, la fine delle divisioni; nel secondo caso la reazione è la chiusura, lo scontro di civiltà, la paura dell’Altro, l’illusione di poter separare popoli e persone in un mondo globalizzato dove le merci e le produzioni circolano liberamente e senza sostanziali limitazioni e controlli. Di questo diverso approccio tratta diffusamente il libro di Timothy Garton Ash, “Free World. America, Europa e il futuro dell’Occidente” (Mondadori, 2004). Un testo segnato, nonostante gli echi ancora vivi dell’attentato alle Twin Towers e quello dell’anno della pubblicazione a Madrid, nonché dai conflitti in Medio Oriente, da una visione ottimista dovuta alla speranza che la nuova Europa allargata ad est avrebbe potuto rivitalizzare il concetto stesso di Occidente e imporre un ordine internazionale di libertà nuovo. Purtroppo una visione smentita negli anni successivi da un progressivo disfacimento del processo di integrazione europeo e dall’affermarsi in Europa – parallelamente all’espansione ad Est – di forze antieuropeiste, talvolta xenofobe e certamente più nazionaliste anche di fronte alla crisi finanziaria ed economica globale.

Ma riflettere oggi su quel passaggio della storia ha un valore storico-politico indubbio, così come un significato contemporaneo altrettanto importante.

E’ stato un evento che indubitabilmente ha aperto le porte della libertà per interi popoli che mai prima ne avevano avuto esperienza. Una parte grande del pianeta che da dal Danubio al Pacifico e dal Mare di Barents al Mar Nero (ben 11 fusi orari), nella quale si concentrano centinaia di etnie, religioni, lingue e culture diverse si è in quegli anni aperta al mondo, ha avuto le prime esperienze di libertà e di diritti individuali nella sua storia. Si apriva davanti a noi la possibilità di un tempo di conquiste civili e sociali che fecero parlare  qualcuno di fine della Storia: essa non sarebbe più stata il risultato di scontri o di equilibri fra visioni del mondo contrapposte, sostituita invece da una linea progressiva di sviluppo guidata da una sola e condivisa visione. In parte ciò è effettivamente avvenuto e il “pensiero unico” dell’economia globale ha plasmato ed omologato se non i regimi politici quanto meno i sistemi economici e i modelli di sviluppo. I risultati dell’accelerazionie e radicalizzazione dei processi di globalizzazione nell’area economico-finanziaria sono sotto gli occhi di tutti nella crisi nella quale oggi ci troviamo. Personalmente non credo che si possa sostenere una analisi che tenda a distinguere nettamente due ambiti, da un lato l’affermarsi del sistema economico globalizzato in ogni angolo del pianeta con le sue conseguenze oggi così devastanti, e dall’altro l’affermarsi di un regime di libertà individuali generalizzato a seguito della caduta del Muro. La storia purtroppo è stata impietosa con le speranze di ampliamento degli spazi di libertà e di democrazia dopo l’Ottantanove e oggi, forse, dobbiamo constatare che la lezione di Berlino, della tranquilla e implacabile forza della libertà, non è stata affatto acquisita.

Se ne è parlato in un importante simposio nel settembre 2008 a Torino, convocato dal World Political Forum, l’organizzazione fondata nel 2003 da Mikhail Gorbachev e che ha per scopo statutario quello di analizzare il tema dell’interdipendenza, ma soprattutto suggerire soluzioni ai problemi della governance globale e alle maggiori minacce per la specie umana oggi. All’incontro, dal titolo “Vent’anni dopo: Il mondo oltre il Muro”, Gorbachev ha inviato un impegnato messaggio che analizza lo stato dell’arte della politica globale dopo due decenni da quell’evento che lo vide protagonista. Sì perché nessuno può negare che la spinta del movimento popolare di apertura della Germania Est, coincise con l’annullamento dell’ordine di automatica e violenta reazione che i 500.000 soldati russi di stanza in Germania Est avevano per sedare e reprimere ogni opposizione al regime comunista di Berlino Est. Un ordine che non poteva non avere origine a Mosca: in quella scelta Gorbachev segnava non soltanto la caduta del Muro di Berlino, ma la dissoluzione dell’Unione Sovietica che avrebbe seguito, in un inesorabile effetto domino, di lì a pochi anni. La dissoluzione dell’impero sovietico ha portato insieme liberazione da sistemi politici iperburocratizzati fondati sulla dittatura del partito unico e sulla sistematica negazione di ogni diritto individuale e collettivo (e, se non bastasse tutto quello che abbiamo letto e ascoltato in quegli anni, occorre ascoltare ciò che scrive e racconta il neo premio Nobel per la letteratura Herta Muller sulla vita nella DDR), ma anche il riacutizzarsi di conflitti etnici e religiosi, antiche e mai veramente sopite politiche di potenza, criminalità organizzata e diffusa, annullamento di ogni forma di protezioni sociali. Quando il 25 dicembre 1991 la bandiera dell’URSS viene ammainata per l’ultima volta dalla torri del Cremino, tutta l’area di confine con l’Europa centro-orientale, dal Baltico alla Crimea, si frantuma in una pletora di Stati indipendenti, i cui rapporti diventano subito conflittuali fra loro e al loro interno.

L’esperienza sovietica e la sua crisi hanno accentuato due ulteriori motivi di conflitto a quelli pre-esistenti:

L’economia pianificata e centralizzata del socialismo reale aveva prodotto una rigida divisione e settorializzazione delle produzioni, concentrando in una sola repubblica o regione la produzione di uno specifico tipo di merce che poi veniva esportata in tutta l’URSS. Questa divisione è diventata subito oggetto di conflitti fra gli Stati divenuti indipendenti, per il controllo di risorse o per l’approvvigionamento di prodotti, senza poi dimenticare che essa ha poi portato all’apparizione di nuove potenze nucleari sullo scenario internazionale.

La disgregazione dell’URSS ha posto fuori della nuova federazione russa che si creò oltre 25 milioni di persone di lingua e cultura russe, producendo ulteriori motivi di conflitto (oltre ad includere nella stessa Russia, improvvisamente, diverse etnie alcune di forte consistenza come i tatari del Volga che sono circa 5,5 milioni, e altre minori disperse su un territorio vastissimo, come gli jacuti nella Siberia settentrionale che popolano un territorio di oltre 3 milioni di Kmq.).

Insomma, lo sgretolamento dell’URSS ha liberato molte cose, certamente persone, ma anche conflitti etnici, politici, sociali ed economici. E in quelle province lontane dell’ex impero le parole e le immagini di liberazione hanno certamente avuto significati e letture assai diverse. Garbachev aveva certamente compreso i rischi che gli si paravano di fronte, anche perché pure negli anni delle sue riforme, le repubbliche autonome (una delle tre unità amministrative di primo livello, insieme alle regioni e ai territori, caratterizzate da forti presenze di etnie non russe) furono i punti di coagulo del risveglio nazionale, che lui cercò di contenere dentro un disegno unitario e di progressiva emancipazione. Ma il processo di disgregazione assunse una forza dirompente dal 1991, coinvolgendo gli altri livelli amministrativi, portando allo status di repubbliche alcuni territori (Altaj, Khakassia, Adigezia) e al divorzio etnico della Cecenia-Inguscezia. La storia che da lì si dipanò nell’ex URSS è per noi occidentali lontana, ignota; non ne conosciamo neppure i nomi, figurarsi la geografia, i motivi, le caratteristiche economico-sociali o i protagonisti.

Ricordo di aver incontrato l’ex Presidente Gorbachev durante una sua visita in Italia quando ero Presidente del Consiglio Regionale della Toscana nel novembre 1994 e di aver partecipato a diversi incontri con imprenditori e politici italiani : ne ricavai la chiara percezione di un uomo che aveva un progetto, una visione, purtroppo risultata sconfitta, ma che manteneva nel mondo squassato dalle guerre etniche della ex-Jugoslavia, un suo enorme valore per il futuro: il riconoscimento graduale delle autonomie nel quadro unitario definito dalla Comunità degli Stati Indipendenti, originato dalla constatazione e dalla necessità di valorizzare il sistema delle interdipendenze che legavano in un unico destino questa parte del pianeta, illuminato da un sistema di diritti individuali e collettivi che si estendevano dall’area fondativi dei diritti umani fino a quelli economici e sociali.

Oggi, Gorbachev mostra una visione ancora lucida che da un lato registra le lezioni positive acquisite dalla fine del bipolarismo (essenzialmente la conferma dell’interdipendenza “non solo dal punto di vista della connessione tra i processi e gli avvenimenti che avvengono nei diversi continenti, ma anche del legame organico dei cambiamenti economici, tecnologici, sociali, ecologici, demografici, culturali, e non solo nell’ambito dell’Esistenza umana nei suoi molteplici aspetti che determina le condizioni di esistenza quotidiana di miliardi di abitanti del nostro pianeta. L’umanità ha iniziato effettivamente a trasformarsi in un’unica civiltà” e la conseguente maggiore responsabilità della politica nel governare questi complessi fenomeni), dall’altro vede le illusioni svanite, le chance perdute e i nuovi problemi insorti. Il mondo non è né più giusto, né più sicuro, né più ospitale per il genere umano: nuovi conflitti e crescenti povertà, involuzione di regimi democratici in oligarchie dominate da organizzazioni criminali e condizionate da grandi multinazionali, le crisi ambientali e finanziarie, nuove minacce militari e quella del fondamentalismo religioso, la crisi del multilateralismo e lo sviluppo di nuovi nazionalismi, di ideologie e organizzazioni politiche apertamente xenofobe e antidemocratiche, la compressione di spazi di diritti civili e politici fondamentali caratterizzano non solo il vasto mondo (come hanno evidenziato al simposio di Torino Aminata Traoré e Eric Hobsbawm), ma in particolar modo proprio paesi e popoli che ritrovarono la libertà con la caduta del Muro di Berlino. Non possiamo non riflettere sui drastici cambiamenti di regime politico che nel breve spazio di due decadi hanno interessato tutti i paesi d’Oltrecortina, passando da una prima fase di prevalenza di formazioni politiche democratiche moderate, a una ascesa al potere di partiti ben più radicali o estremisti, sia di destra (come avvenuto nella Polonia dei fratelli Kaczynski), sia di sinistra . In tutti questi paesi, tuttavia, la qualità dei processi di democratizzazione, di sviluppo di una cultura dei diritti civili e politici resta insoddisfacente. Basti ricordare il regime personalistico e oligarchico stabilito da Putin in Russia o quello di Aleksandr Lukašenko  in Bieolorussia. Regimi che mescolano la rimozione del passato comunista (nel quale questi leader hanno avuto spesso ruoli di primo piano) con una estrema ideologia nazionalista, con talvolta colorazioni xenofobe o panslave. Possiamo osservare che i protagonisti dei movimenti di liberazione degli anni ’80-’90, generalmente intellettuali dissidenti, con una radicata cultura democratica e cosmopolita, sono risultati marginali o emarginati nella costruzione della nuova Europa centro-orientale dopo l’Ottantanove. Anche nei casi in cui, per effetto della forza di movimenti come Solidarnosc o Charta 77 o di personalità come Havel o Dubcek in Cecoclovacchia, si sono avute fasi iniziali di interessanti sviluppi democratici, il processo ha subito battute d’arresto, inversioni e contraddizioni. L’unico argine al dilagare di regimi politici antidemocratici è stato il processo di integrazione europeo fin quando questo ha mantenuto una sua forza propulsiva. Ma è indubbio che proprio di fronte alla crisi di questo processo, hanno ripreso vigore nell’Europa dell’Est le forze più grettamente nazionaliste, i gruppi xenofobi o comunque personaggi politici legati a potenti interessi economici personali o di gruppi ristretti.

Quanto di questa tendenza sia frutto di dinamiche interne a quei paesi, piuttosto che della miopia dei gruppi dirigenti occidentali, può essere oggetto di dibattito (a partire dalla responsabilità di una sinistra democratica europea che ha stentato fin dagli anni ’80 a riconoscere in dissidenti e movimenti degli interlocutori importanti e i veri portatori di valori democratici e di progresso).. Resta il fatto che a venti anni dalla caduta del Muro, la spinta di libertà e dei diritti democratici che la avevano generata, sembra aver perso proprio al di là del Muro la sua forza e si presenta come un capitolo quasi dimenticato, senza più epigoni che siano abbastanza credibili da raccoglierne l’eredità a da attualizzarla. Una vicenda consegnata alla Storia e relegata ai libri e ai documentari d’epoca, non una lezione per il presente e tanto meno per costruire un progetto politico e culturale per il futuro. Tanto che con sempre maggiore frequenza si affaccia sulla scena pubblica una melanconica e talvolta inquietante nostalgia per il Muro. Antonio Tabucchi ha descritto questo clima in una dei racconti del suo ultimo libro, “Il tempo invecchia in fretta”:

“Ah,  il muro, che nostalgia del muro. Era lì, solido, concreto, segnava un confine, marcava la vita, dava la sicurezza di un’appartenenza. Grazie a un muro uno appartiene a qualcosa, sta di qua o di là, il muro è come un punto cardinale, di qua c’è l’est, di là l’ovest, sai dove sei. Quando Renate viveva ancora, anche se non c’era più il muro, almeno sapeva dove andare, perché tutti i servizi di casa doveva farli lui…”.

Simone Siliani

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