Sabato sera abbiamo imparato che a Pierluigi Bersani, segretario del partito al quale sono iscritto, piace la musica. A me verrebbe subito da commentare: “Bene, e allora cosa c’entra Sanremo?”, che, al massimo stando al suo nome, è il festival della canzone italiana, cioè di una forma particolare e ben limitata della musica. Ora, anche ammesso che non di una furbizia elettoralistica o d’immagine non si sia trattato bensì di una genuina passione per la musica, ci sarebbe da trarre qualche considerazione non sui gusti ma sulla reale competenza in relazione alla musica – che pure dichiara di amare – del segretario del Pd. A costo di essere etichettato come snob dal mio segretario, vorrei dire che, siccome Bersani fa di mestiere il politico e dice di amare la musica, allora spenda la sua immagine pubblica per difendere e diffondere davvero la musica. Vada a qualche teatro d’opera, quelli che il goveno Berlusconi sta mettendo sul lastrico tagliando selvaggiamente il Fondo Unico per lo Spettacolo (a dire il vero, non è che i Governi del Centrosinistra abbiamo dimostrato di tenerci molto); oppure vada a visitare qualche conservatorio o scuola di musica (parimenti massacrati da una politica colpevolmente sorda alla musica e ai giovani musicisti) e dica qualcosa di intelligente per difenderle; ancora, faccia qualcosa per i giovani che tentano o stentano a trovare luoghi dove suonare, registrare, produrre la loro musica. Se davvero Bersani ama la musica, faccia qualcosa per essa, invece di servirsi di un suo simulacro preso a pretesto per mettere in scena uno spettacolo di mediocre livello televisivo e di nessun valore culturale (così, per essere snob fino in fondo, mi sembra di poter definire Sanremo). Già, la cultura: per essere “popolari” secondo la vulgata bersaniana bisogna piegarsi a questi miserevoli livelli. Ma la cultura popolare ha ben altre profondità e anche attualità che forse il nostro segretario neppure immagina. Siccome Bersani sarà a Firenze il prossimo 15 marzo, potrebbe cogliere l’opportunità per farsi un giro della musica (popolare e non, ma purtroppo per lui la musica è… musica e basta, senza aggettivi) nella nostra città; magari fare un salto a visitare l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, oppure alla Scuola di Musica di Fiesole, o all’Orchestra Regionale Toscana, oppure al Pinocchio Jazz festival, o al Musicus Concentus, o a qualche concerto al Mandela Forum; se restasse ancora un paio di giorni potrebbe andare a sentire Nicola Piovani al Teatro Puccini. Insomma, potrebbe scoprire se la Canzone Popolare ha ancora qualcosa da dirci (come cantava il buon Fossati e con lui l’Ulivo qualche anno fa), ma non lo avrà certo scoperto a Sanremo.
La politica dovrebbe avere, in questo momento così difficile per il paese e per i suoi cittadini, ben altro da fare che non prestarsi ad operazioni di dubbio gusto per promuovere una propria immagine da rotocalco o da gossip del giorno dopo. Dopo Sanremo, proseguendo per questa strada “popolare” cosa c’è? “Amici”, il “Grande Fratello”, “l’isola dei famosi”? La musica, caro Pierluigi, è una cosa troppo seria per essere lasciata ad improvvisati estimatori: occupati sì della musica, ma getta la tua autorevolezza e il tuo partito in una battaglia culturale per la promozione dei luoghi, delle istituzioni, dei progetti che producono la cultura musicale di questo paese.
Due ultime considerazioni. Non mi pare che la battuta “Mi fa piacere che salgano sul palco gli operai di Termini Imerese: perché costringerli a salire sul tetto? Portiamoli a Sanremo” sia stata particolarmente felice. E, in ogni caso, dopo la salita sul proscenio sanremese di una delegazione degli operai, non mi pare che si sia risolto alcunché, perché questo dovrebbe essere il compito della politica che non può pensare di delegare allo share televisivo quello che non riesce a fare con le armi che le sono proprie.
Infine, già che eri a Sanremo, forse potevi anche dire che le parole (non la musica, non l’intonazione) della canzone di Emanuele Filiberto-Pupo erano incostituzionali e comunque inaccettabili nel paese che i Savoia hanno lasciato in mano al fascismo e all’invasore nazista il paese e che quando hanno avuto la grazia di poterci ritornare, la prima cosa che ha pensato di fare è stata quella di chiedere un indennizzo economico. Non sarebbe stato un atteggiamento snob, anzi molto popolare direi.








San Suu Kyi

