Per chi può (non io che sarò impegnato in improrogabili e deprimenti impegni di lavoro), non perdetevi l’incontro di oggi al PalaMandela di Firenze in occasione del Giorno della Memoria, per ascoltare fra gli altri Boris Pahor, lo scrittore italo-sloveno 97enne, uno degli ultimi testimoni del mondo concentrazionario. Ascoltare dalla viva voce dei testimoni la realtà della Shoah è un privilegio che ha toccato le nostre generazioni, privilegio che i nostri figli e i nostri nipoti non potranno condividere con noi. “Fahreneit”, la trasmissione pomeridiana di Rai 3 ha posto il tema in questi giorni della “memoria dopo la memoria”, cioè come conservare viva la memoria dopo che i testimoni diretti non saranno più in vita. Fra le diverse risposte a questo interrogativo, credo, vi sia anche il lavoro che in questi anni enti come la Regione Toscana e altri governi locali hanno svolto per diffondere una conoscenza della Shoah fra le giovani generazioni anche attraverso incontri come quello di oggi. Oppure attraverso le visite ai campi. Borsi Pahor vi ritorna nel suo libro “Necropoli”: “… anche questa mia visita, con la quale ho portato un briciolo di significato nelle mie vuote giornate di uomo vivo, si sta trasformando mio malgrado in un atto pietistico. E sia pure. Sia pure, questo, un omaggio ai Mani dei miei compagni morti. Ma qui non c’è niente di vivo che potrei portarmi via. Nessuna rivelazione. Al massimo la conferma che non può esistere una divinità buona e onnipresente che sia rimasta testimone muta davanti a questo fumaiolo. E davanti alle camere a gas. No, se c’è qualche divinità, è una divinità che non conosce e non può conoscere distinzione fra il bene e il male. Ma questo, di nuovo e ancora una volta, significa che soltanto l’uomo può dare ordine al mondo in cui vive e cambiarlo in modo che sia possibile realizzarvi le idee buone piuttosto che quelle cattive. Così sarebbe possibile cambiare il mondo, almeno su scala umana. L’uomo si avvicinerebbe all’idea di bontà che sogna da quando è diventato cosciente delle proprie capacità. Si avvicinerebbe alla divinità buona che il suo cuore ha concepito”.
Il Giorno della Memoria è anche una occasione di riflessione per l’Europa, dicevamo ieri citando un altro passo di “Necropoli”. Sì, perché la vicenda ebraica tocca il cuore dell’identità europea. Ne parla, in un suo piccolo ma intenso libro – “Contro il fanatismo” ò un altro dei protagonisti dell’incontro di oggi, Amos OZ: “… sono diventato scrittore anche perché vengo da una famiglia di profughi al cuore a pezzi. Tutti i miei parenti, sia da parte di padre sia per parte d madre, erano degli europei devoti. In sostanza, dei grandi appassionati dell’Europa. Conoscevano lingue svariate, e storie e culture: nutrivano una inesausta infatuazione per l’Europa. Ma purtroppo in quel periodo, negli anni venti e trenta, quando si trovarono costretti a lasciare l’Europa – molti di loro se ne andarono fra gli anni venti e i primi del decennio successivo – a quell’epoca gli ebrei, come i membri della mia famiglia, erano gli unici europei d’Europa. Tutti gli altri professavano il pangermanesimo piuttosto che il panslavismo, quando non erano patrioti portoghesi”.
Sono tempi bui anche quelli di oggi: pochi innamorati dell’idea di Europa perché la modernità, la laicità, l’universalismo dei diritti umani, il valore degli esseri umani senza alcuna distinzione fra “stranieri” e “autoctoni”, fra “regolari” e “clandestini”, fra “noi” e “loro”, fra la civiltà Occidentale e Islamica, Gli ebrei, nei primi anni del secolo scorso, hanno costruito l’idea stessa di Occidente, di modernità, di Europa, salvando così i valori su cui poggia la nostra costruzione democratica. Sapremo essere degni di ricordare da dove veniamo, di difendere questa idea, di farlo per quei milioni passati per il camino?
Per chi può (non io che sarò impegnato in improrogabili e deprimenti impegni di lavoro), non perdetevi l’incontro di oggi al PalaMandela di Firenze in occasione del Giorno della Memoria, per ascoltare fra gli altri Boris Pahor, lo scrittore italo-sloveno 97enne, uno degli ultimi testimoni del mondo concentrazionario. Ascoltare dalla viva voce dei testimoni la realtà della Shoah è un privilegio che ha toccato le nostre generazioni, privilegio che i nostri figli e i nostri nipoti non potranno condividere con noi. “Fahreneit”, la trasmissione pomeridiana di Rai 3 ha posto il tema in questi giorni della “memoria dopo la memoria”, cioè come conservare viva la memoria dopo che i testimoni diretti non saranno più in vita. Fra le diverse risposte a questo interrogativo, credo, vi sia anche il lavoro che in questi anni enti come la Regione Toscana e altri governi locali hanno svolto per diffondere una conoscenza della Shoah fra le giovani generazioni anche attraverso incontri come quello di oggi. Oppure attraverso le visite ai campi. Borsi Pahor vi ritorna nel suo libro “Necropoli”: “… anche questa mia visita, con la quale ho portato un briciolo di significato nelle mie vuote giornate di uomo vivo, si sta trasformando mio malgrado in un atto pietistico. E sia pure. Sia pure, questo, un omaggio ai Mani dei miei compagni morti. Ma qui non c’è niente di vivo che potrei portarmi via. Nessuna rivelazione. Al massimo la conferma che non può esistere una divinità buona e onnipresente che sia rimasta testimone muta davanti a questo fumaiolo. E davanti alle camere a gas. No, se c’è qualche divinità, è una divinità che non conosce e non può conoscere distinzione fra il bene e il male. Ma questo, di nuovo e ancora una volta, significa che soltanto l’uomo può dare ordine al mondo in cui vive e cambiarlo in modo che sia possibile realizzarvi le idee buone piuttosto che quelle cattive. Così sarebbe possibile cambiare il mondo, almeno su scala umana. L’uomo si avvicinerebbe all’idea di bontà che sogna da quando è diventato cosciente delle proprie capacità. Si avvicinerebbe alla divinità buona che il suo cuore ha concepito”.
Il Giorno della Memoria è anche una occasione di riflessione per l’Europa, dicevamo ieri citando un altro passo di “Necropoli”. Sì, perché la vicenda ebraica tocca il cuore dell’identità europea. Ne parla, in un suo piccolo ma intenso libro – “Contro il fanatismo” ò un altro dei protagonisti dell’incontro di oggi, Amos OZ: “… sono diventato scrittore anche perché vengo da una famiglia di profughi al cuore a pezzi. Tutti i miei parenti, sia da parte di padre sia per parte d madre, erano degli europei devoti. In sostanza, dei grandi appassionati dell’Europa. Conoscevano lingue svariate, e storie e culture: nutrivano una inesausta infatuazione per l’Europa. Ma purtroppo in quel periodo, negli anni venti e trenta, quando si trovarono costretti a lasciare l’Europa – molti di loro se ne andarono fra gli anni venti e i primi del decennio successivo – a quell’epoca gli ebrei, come i membri della mia famiglia, erano gli unici europei d’Europa. Tutti gli altri professavano il pangermanesimo piuttosto che il panslavismo, quando non erano patrioti portoghesi”.
Sono tempi bui anche quelli di oggi: pochi innamorati dell’idea di Europa perché la modernità, la laicità, l’universalismo dei diritti umani, il valore degli esseri umani senza alcuna distinzione fra “stranieri” e “autoctoni”, fra “regolari” e “clandestini”, fra “noi” e “loro”, fra la civiltà Occidentale e Islamica, Gli ebrei, nei primi anni del secolo scorso, hanno costruito l’idea stessa di Occidente, di modernità, di Europa, salvando così i valori su cui poggia la nostra costruzione democratica.
Sapremo essere degni di ricordare da dove veniamo, di difendere questa idea, di farlo per quei milioni passati per il camino?