Necropoli, di Boris Pahor

Boris Pahor è uno degli ultimi testimoni della Shoah che avremo la possibilità di ascoltare dal vivo grazie alla iniziativa della Regione Toscana per il Giorno della Memoria mercoledì 27 gennaio dalle ore 9,30 al PalaMandela di Firenze. Il suo libro, Necropoli, ha scosso molti di noi, che forse avevamo assunto il dato della Shoah come qualcosa di quasi disincarnato, di dato per scontato, quasi mitizzato pur nella sua inconcepibilità. O forse proprio per questo. Pahor, con il suo libro, ci ha sbattuto in faccia le nostre comode certezze e ci riporta alla cruda realtà, materialità del Male assoluto. Il libro si apre con il suo ritorno, in una delle visite della memoria, nell’universo concentrazionario: “Uomini e donne di tutti i paesi d’Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell’eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un suolo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana”.
Scorrono così i nomi, i volti, le storie, le tragedie, i gesti minimi della sopravvivenza, gli atti di quotidiano eroismo, i luoghi della necropoli. Ma qui, forse più che altrove c’è l’identità d’Europa, quella che nessun referendum o nessun trattato potrà mai cancellare o al contrario legittimare. E, non appaia un paradosso, se l’Europa non fa i conti con questa storia fino in fondo, avrà mancato di fare se stessa. In uno di questi luoghi, scrive Pahor, hanno sistemato un piccolo cimitero, con due scritte, “Honneur et patrie – Ossa humiliata. Due espressioni, quasi due aforismi nei quali, come al solito, gli uomini condensano la rivelazione di una verità indicibile. Ma ciò che ora mi avvilisce non è l’isolamento cui sono condannati questi ripiani, bensì il silenzio in cui un’élite previdente e tenace avvolge queste ossa humiliata. Chi nel momento dell’estremo pericolo per l’Europa aveva giurato di disinfestarla a fondo si è poi asservito ad altri interessi meno nobili, per raggiungere i quali l’esigenza di una vera denazificazione diventa un ostacolo. Così l’Europa è uscita dal dopoguerra, che avrebbe potuto essere il periodo in cui compiere la propria purificazione, come un’invalida a cui qualcuno abbia applicato occhi di vetro perché non spaventi i bravi cittadini con le sue occhiaie vuote, e tuttavia burlandosi di lei e offendendola con impudenza. E l’uomo europeo ha accettato questo perché, nonostante le sue esclamazioni altisonanti, in verità è indolente e pauroso, talmente abituato a tirare avanti con comodo e a ridurre tutto quanto a sistema da non trovare lo spazio per inserire, nel proprio ordine di preoccupazioni misurato col bilancino, il bisogno di un atto di fierezza. E se ogni tanto, nell’inconscio, prova vergogna per questa situazione da eunuco, si sfoga in grande stile nelle prediche moralizzatrici e nello stigmatizzare le gesta avventate della gioventù; ma ha già scialacquato in anticipo il patrimonio di onestà e di giustizia che avrebbe dovuto trasmettere alle nuove generazioni. … Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche”.
Parole che sferzano come frustrate, che dobbiamo ascoltare per quanto dure e violente ci possano apparire, per quanto poco confortevoli con la nostra digerita narrazione della Shoah, perché qui sta la possibilità di capire e reagire ai prodromi della intolleranza e del razzismo che non sono ignoti nell’Europa del XXI secolo.

Boris_PahorBoris Pahor è uno degli ultimi testimoni della Shoah che avremo la possibilità di ascoltare dal vivo grazie alla iniziativa della Regione Toscana per il Giorno della Memoria mercoledì 27 gennaio dalle ore 9,30 al PalaMandela di Firenze. Il suo libro, Necropoli, ha scosso molti di noi, che forse avevamo assunto il dato della Shoah come qualcosa di quasi disincarnato, di dato per scontato, quasi mitizzato pur nella sua inconcepibilità. O forse proprio per questo. Pahor, con il suo libro, ci ha sbattuto in faccia le nostre comode certezze e ci riporta alla cruda realtà, materialità del Male assoluto. Il libro si apre con il suo ritorno, in una delle visite della memoria, nell’universo concentrazionario: “Uomini e donne di tutti i paesi d’Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell’eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un suolo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana”.

Scorrono così i nomi, i volti, le storie, le tragedie, i gesti minimi della sopravvivenza, gli atti di quotidiano eroismo, i luoghi della necropoli. Ma qui, forse più che altrove c’è l’identità d’Europa, quella che nessun referendum o nessun trattato potrà mai cancellare o al contrario legittimare. E, non appaia un paradosso, se l’Europa non fa i conti con questa storia fino in fondo, avrà mancato di fare se stessa. In uno di questi luoghi, scrive Pahor, hanno sistemato un piccolo cimitero, con due scritte, “Honneur et patrie – Ossa humiliata. Due espressioni, quasi due aforismi nei quali, come al solito, gli uomini condensano la rivelazione di una verità indicibile. Ma ciò che ora mi avvilisce non è l’isolamento cui sono condannati questi ripiani, bensì il silenzio in cui un’élite previdente e tenace avvolge queste ossa humiliata. Chi nel momento dell’estremo pericolo per l’Europa aveva giurato di disinfestarla a fondo si è poi asservito ad altri interessi meno nobili, per raggiungere i quali l’esigenza di una vera denazificazione diventa un ostacolo. Così l’Europa è uscita dal dopoguerra, che avrebbe potuto essere il periodo in cui compiere la propria purificazione, come un’invalida a cui qualcuno abbia applicato occhi di vetro perché non spaventi i bravi cittadini con le sue occhiaie vuote, e tuttavia burlandosi di lei e offendendola con impudenza. E l’uomo europeo ha accettato questo perché, nonostante le sue esclamazioni altisonanti, in verità è indolente e pauroso, talmente abituato a tirare avanti con comodo e a ridurre tutto quanto a sistema da non trovare lo spazio per inserire, nel proprio ordine di preoccupazioni misurato col bilancino, il bisogno di un atto di fierezza. E se ogni tanto, nell’inconscio, prova vergogna per questa situazione da eunuco, si sfoga in grande stile nelle prediche moralizzatrici e nello stigmatizzare le gesta avventate della gioventù; ma ha già scialacquato in anticipo il patrimonio di onestà e di giustizia che avrebbe dovuto trasmettere alle nuove generazioni. … Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche”.

Parole che sferzano come frustrate, che dobbiamo ascoltare per quanto dure e violente ci possano apparire, per quanto poco confortevoli con la nostra digerita narrazione della Shoah, perché qui sta la possibilità di capire e reagire ai prodromi della intolleranza e del razzismo che non sono ignoti nell’Europa del XXI secolo.

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