Il Giorno della Memoria

Regione Toscana ha organizzato, come ogni anno, molte iniziative intorno al Giorno della Memoria. Ma quella che si svolge mercoledì 27 gennaio dalle 9,30 fino alle 12,30 al PalaMandela di Firenze è davvero una occasione enorme di ascoltare alcuni dei maggiori intellettuali e scrittori viventi. Imre Kertész (premio Nobel per la letteratura 2004) e Amos Oz da soli basterebbero a farne un grande evento culturale; ma la presenza di Boris Pahor fa di questa iniziativa una occasione unica. Pahor nasce a Trieste nel 1913 e durante la guerra ha collaborato con la resistenza necropoliantifascista slovena ed è stato deportato nei campi di concentramento nazisti. Da quella esperienza è nato “Necropoli”(scritto in sloveno come tutti i libri di Pahor), il libro sulla Shoah per me più forte degli ultimi anni. Un libro duro, che racconta con crudezza del mondo crematorio, della lucida follia assassina e del freddo calcolo omicida dei nazisti e soprattutto del trauma di chi, come Pahor, era destinato ai lavori di smaltimento dei fratelli detenuti.

Vorrei proporre alcuni brani di questo straordinario libro sul mio blog nei prossimi giorni, senza la pretesa di farne una lettura collettiva completa, ma per offrire alcuni spunti di riflessione che da questo libro ci portano fino ai nostri giorni. Parallelamente, proporrò anche brani di un piccolo ma intenso libro di Amos Oz, “Contro il fanatismo” (Feltrinelli, 2002) che, per quanto si concentri sul conflitto israelo-palestinese ha qualcosa da dirci sul fanatismo in generale, così presente nella nostra vita contemporanea.

Partirò, tuttavia, dalla introduzione a “Necropoli” scritta da Claudio Magris, che ci dice qualcosa di come il fascismo e il nazismo non si manifestino d’un tratto, ma siano preceduti da cambiamenti culturali, sconvolgimenti sociali e intolleranze che sottovalutate possono rapidamente degenerare in regimi illiberali e vere e proprie dittatura. Le quali negli anni ’30 del secolo scorso hanno assunto le forme storiche note in Italia e in Germania. Ma a me pare che sintomi simili che nella società odierna si manifestano nell’odio o nella discriminazione verso gli stranieri e verso la diversità etnica e culturale, non dovrebbero essere sottovalutati.

I fascismi e il nazismo scaturiscono certo dai vari nazionalismi, ma non solo da essi bensì da una particolare reazione (etnica, sociale, economica, politica, culturale, talora perfino religiosa) al radicale sconvolgimento che, con la prima guerra mondiale e successivamente, ha distrutto il vecchio ordine europeo. Per disinnescare il loro mortale meccanismo è necessario sfatare ogni febbre identitaria, ogni idolatria identità nazionale, autentica quando viene vissuta con semplicità ma falsa e distruttiva quando viene innalzata a idolo e a valore assoluto e si vaneggia superiore alle altre. La particolarità, ha scritto Predrag Matvejevic, non è ancora un valore, è solo la premessa di un possibile valore che la trascende; quando viene oppressa, va difesa anche duramente ma senza permettere mai – come diceva, in un momento drammatico per la nazione polacca, a Milosz suo zio Oscar – che essa diventi il valore supremo. La nazionalità è un valore proprio in quanto non è un dato di natura, bensì ciò che si sente a talora si sceglie di essere: Martin pollack ricorda ad esempio come a Tüffer, una piccola cittadina nella Stiria inferiore, nelle tensioni fra tedeschi e sloveni fra otto e Novecento, un caporione tedesco-nazionale si chiamava Drolz e un nazionalista sloveno Drolc.”

Regione Toscana ha organizzato, come ogni anno, molte iniziative intorno al Giorno della Memoria. Ma quella che si svolge mercoledì 27 gennaio dalle 9,30 fino alle 12,30 al PalaMandela di Firenze è davvero una occasione enorme di ascoltare alcuni dei maggiori intellettuali e scrittori viventi. Imre Kertész (premio Nobel per la letteratura 2004) e Amos Oz da soli basterebbero a farne un grande evento culturale; ma la presenza di Boris Pahor fa di questa iniziativa una occasione unica. Pahor nasce a Trieste nel 1913 e durante la guerra ha collaborato con la resistenza antifascista slovena ed è stato deportato nei campi di concentramento nazisti. Da quella esperienza è nato “Necropoli” (scritto in sloveno come tutti i libri di Pahor), il libro sulla Shoah per me più forte degli ultimi anni. Un libro duro, che racconta con crudezza del mondo crematorio, della lucida follia assassina e del freddo calcolo omicida dei nazisti e soprattutto del trauma di chi, come Pahor, era destinato ai lavori di smaltimento dei fratelli detenuti.
Vorrei proporre alcuni brani di questo straordinario libro sul mio blog nei prossimi giorni, senza la pretesa di farne una lettura collettiva completa, ma per offrire alcuni spunti di riflessione che da questo libro ci portano fino ai nostri giorni. Parallelamente, proporrò anche brani di un piccolo ma intenso libro di Amos Oz, “Contro il fanatismo” (Feltrinelli, 2002) che, per quanto si concentri sul conflitto israelo-palestinese ha qualcosa da dirci sul fanatismo in generale, così presente nella nostra vita contemporanea.
Partirò, tuttavia, dalla introduzione a “Necropoli” scritta da Claudio Magris, che ci dice qualcosa di come il fascismo e il nazismo non si manifestino d’un tratto, ma siano preceduti da cambiamenti culturali, sconvolgimenti sociali e intolleranze che sottovalutate possono rapidamente degenerare in regimi illiberali e vere e proprie dittatura. Le quali negli anni ’30 del secolo scorso hanno assunto le forme storiche note in Italia e in Germania. Ma a me pare che sintomi simili che nella società odierna si manifestano nell’odio o nella discriminazione verso gli stranieri e verso la diversità etnica e culturale, non dovrebbero essere sottovalutati.
“I fascismi e il nazismo scaturiscono certo dai vari nazionalismi, ma non solo da essi bensì da una particolare reazione (etnica, sociale, economica, politica, culturale, talora perfino religiosa) al radicale sconvolgimento che, con la prima guerra mondiale e successivamente, ha distrutto il vecchio ordine europeo. Per disinnescare il loro mortale meccanismo è necessario sfatare ogni febbre identitaria, ogni idolatria identità nazionale, autentica quando viene vissuta con semplicità ma falsa e distruttiva quando viene innalzata a idolo e a valore assoluto e si vaneggia superiore alle altre. La particolarità, ha scritto Predrag Matvejevic, non è ancora un valore, è solo la premessa di un possibile valore che la trascende; quando viene oppressa, va difesa anche duramente ma senza permettere mai – come diceva, in un momento drammatico per la nazione polacca, a Milosz suo zio Oscar – che essa diventi il valore supremo. La nazionalità è un valore proprio in quanto non è un dato di natura, bensì ciò che si sente a talora si sceglie di essere: Martin pollack ricorda ad esempio come a Tüffer, una piccola cittadina nella Stiria inferiore, nelle tensioni fra tedeschi e sloveni fra otto e Novecento, un caporione tedesco-nazionale si chiamava Drolz e un nazionalista sloveno Drolc.”
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