Siamo arrivati all’ultima puntata di questa lettura collettiva del libro di Marek Edelman, “C’era l’amore nel ghetto” (Sellerio Editore Palermo) che presentiamo oggi giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro. Un tentativo di attirare l’attenzione verso una vicenda importante ma sottovalutata della storia del secondo conflitto mondiale e interna alla tragedia della Shoa.
La rivolta del Ghetto di Varsavia ha avuto come protagonisti una giovane generazione di ebrei polacchi che ha deciso di mettersi in gioco avendo visto in azione la macchina dello sterminio nazista, dopo mesi di confino dentro una zona chiusa e angusta della città e dopo aver sofferto privazioni, vessazioni, violenze, senza alcuna possibilità di aiuto esterno (e, anzi con il fondato sospetto di un disinteresse del governo polacco in esilio). La vita nel Ghetto era presto diventata impossibile, nonostante la grande capacità di autorganizzazione della comunità ebraica, come dimostra questo libro di Edelman. La testimonianza dell’autore è stata fondamentale per la memoria di questa parte di storia del Novecento. E Marek Edelman non si è risparmiato nel raccontare, ricostruire brandelli di memoria, assemblare volti, storie, ricordi… ma c’era qualcosa che sentiva mancava in queste testimonianze, che appunto Marek ha raccolto in questo ultimo libro. Che cosa fosse lo dice bene Paula Sawicka, che ha raccolto la testimonianza di Marek, in una nota che chiude il libro:
“Da oltre un quarto di secolo Marek Edelman mi parla del passato. Lo ascolto anche rispondere alle domande che gli rivolgono persone interessate ai racconti di un testimone della storia. E quando se ne vanno, sento immancabilmente dire: ‘Ma perché nessuno mi chiede se nel ghetto c’era l’amore? Perché questo non interessa a nessuno? Sull’amore nel ghetto qualcuno dovrebbe fare un film. E’ l’amore che permetteva di sopravvivere’. Ecco perché all’inizio è nato il testo sull’amore nel ghetto. Voleva incoraggiare qualche sceneggiatore”.
Questo voleva Edelman, mentre si compiva la sua parabola umana. Fra le poche cose cinematografiche sul ghetto di Varsavia, a me pare che ciò di più vicino ho visto vicino ad un film sull’amore nel ghetto sia “Il pianista” di Roman Polanski (qui potete vederne alcune scene http://www.youtube.com/watch?v=ivYHhW-v3×8 ). Quando Szpilman suona sulle rovine di Varsavia la ballata n.1 op.23 di Chopin compie un atto di amore verso la vita, verso il suo popolo umiliato e lo risolleva idealmente al di sopra del Male assoluto che l’ha devastato. L’amore per la musica lo fa sopravvivere, gli fa immaginare le sue melodie su un piano che non può suonare nell’appartamento in cui è nascosto, ma in quel momento la musica lo salva. Non so cosa pensasse Edelman di questo film. Io ho pensato a lui quando l’ho visto e ho ripensato a quel film leggendo dell’amore nel ghetto di Edelman.
Buona lettura, a tutti. E Grazie a Marek.








San Suu Kyi

