Perché mai insistere così tanto nel proporre la lettura di un libro come quello di Marek Edelman, “C’era l’amore nel Ghetto” (Sellerio Editore Palermo, 2009), che sarà presentato giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca dlele Oblate di Firenze, da Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri (autori della Prefazione e curatori del libro) e Ludmila Ryba (traduttrice e curatrice del libro)? In fondo si tratta di un piccolo libro che racconta una vicenda apparentemente piccola, breve, circoscritta alla prima rivolta armata contro le armate di Hitler in Europa e di un gruppo di 220 giovani ebrei socialisti polacchi. Il fatto è che i Fantasmi dell’antisemitismo nell’Est Europeo (titolo di un interessante articolo di Timothy Garton Ash uscito su “la Repubblica” del 24.12.2009), continuano da allora ad imperversare ai giorni d’oggi e la vicenda polacca dei campi di sterminio resta un nodo centrale della memoria e della consapevolezza della tragedia del Novecento. L’alleanza nel Parlamento Europeo fra i Conservatori inglesi e un gruppo di partiti di destra del centro e dell’est Europa, guidati da Michal Kaminski leader del partito polacco Legge e Giustizia, è qualcosa di più di un accordo parlamentare. L’equazione (impropria, ma che pure è reiterata) tra Polonia, cattolicesimo, nazionalismo e antisemitismo, fino alla connivenza con l’Olocausto, provoca – dice Garton Ash – “nei polacchi una reazione di difesa ostacolandoli nel processo di fare i conti con un passato profondamente inquietante di antisemitismo polacco e cattolico. (Non limitato alla destra: il partito comunista polacco fu scosso dalla famigerata campagna anti-semita nel 1968”. Naturalmente vi sono evidenze storiche di questa tesi (ad esempio la carneficina perpetrata dai contadini cattolici nella primavera del 1941, nella cittadina di Jedwabne nella Polonia orientale), ma anche evidenze del contrario. E la vicenda di Edelman e della Zob parla di una corrente di pensiero, di azione politica caratterizzata dal cosmopolitismo, da una visione progressista e democratica della società. Una corrente forte nell’ebraismo polacco che pure fu annientata nella repressione della rivolta del Ghetto e nella “soluzione finale”. Coloro che riuscirono a fuggire o a sopravvivere, si dettero il compito storico della memoria. Molti furono fatti fuggire dal console giapponese Sugihara e da quello olandese Kaunas Jan Zwartendijk, cui Edelman dedica belle pagine del libro. Fra questi Emanuel Nowogròdzki, segretario generale del Bund, che riuscì a portare via buona parte dei documenti del Bund da cui trasse materiale per un libro sulla storia del Bund polacco fra le due guerre.
Un libro di eroi, ma nel senso di Edelman, come scrivono Goldkorn e Sofri nella introduzione: “Marek Edelman ci dice che quello che noi consideriamo eroismo è spesso frutto di una decisione repentina, quasi casuale, di un agire d’istinto: l’eroismo come l’insieme di fortuite circostanze. In questo libro Marek spiega invece, e parla anche di sé, come non sempre l’eroismo sia possibile. Lui, che è una leggenda vivente, alza le spalle. E’ scorbutico. Si capisce che lo invitino malvolentieri alle celebrazioni: non si sa mai. Si muove quando vede rinascere lo scandalo dell’omissione di soccorso, come in Bosnia, in Cecenia, in troppi altri luoghi. … Terribile è stato il mondo in cui Edelman ha tenuto e tiene fedelmente il suo posto. Ma è difficile che incontriate un altro uomo così pieno di pudore e perfino di vergogna verso la propria intransigente fraternità”.
Perché mai insistere così tanto nel proporre la lettura di un libro come quello di Marek Edelman, “C’era l’amore nel Ghetto” (Sellerio Editore Palermo, 2009), che sarà presentato giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca dlele Oblate di Firenze, da Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri (autori della Prefazione e curatori del libro) e Ludmila Ryba (traduttrice e curatrice del libro)? In fondo si tratta di un piccolo libro che racconta una vicenda apparentemente piccola, breve, circoscritta alla prima rivolta armata contro le armate di Hitler in Europa e di un gruppo di 220 giovani ebrei socialisti polacchi. Il fatto è che i Fantasmi dell’antisemitismo nell’Est Europeo (titolo di un interessante articolo di Timothy Garton Ash uscito su “la Repubblica” del 24.12.2009), continuano da allora ad imperversare ai giorni d’oggi e la vicenda polacca dei campi di sterminio resta un nodo centrale della memoria e della consapevolezza della tragedia del Novecento.
L’alleanza nel Parlamento Europeo fra i Conservatori inglesi e un gruppo di partiti di destra del centro e dell’est Europa, guidati da Michal Kaminski leader del partito polacco Legge e Giustizia, è qualcosa di più di un accordo parlamentare. L’equazione (impropria, ma che pure è reiterata) tra Polonia, cattolicesimo, nazionalismo e antisemitismo, fino alla connivenza con l’Olocausto, provoca – dice Garton Ash – “nei polacchi una reazione di difesa ostacolandoli nel processo di fare i conti con un passato profondamente inquietante di antisemitismo polacco e cattolico. (Non limitato alla destra: il partito comunista polacco fu scosso dalla famigerata campagna anti-semita nel 1968”. Naturalmente vi sono evidenze storiche di questa tesi (ad esempio la carneficina perpetrata dai contadini cattolici nella primavera del 1941, nella cittadina di Jedwabne nella Polonia orientale), ma anche evidenze del contrario. E la vicenda di Edelman e della Zob parla di una corrente di pensiero, di azione politica caratterizzata dal cosmopolitismo, da una visione progressista e democratica della società. Una corrente forte nell’ebraismo polacco che pure fu annientata nella repressione della rivolta del Ghetto e nella “soluzione finale”. Coloro che riuscirono a fuggire o a sopravvivere, si dettero il compito storico della memoria. Molti furono fatti fuggire dal console giapponese Sugihara e da quello olandese Kaunas Jan Zwartendijk, cui Edelman dedica belle pagine del libro. Fra questi Emanuel Nowogròdzki, segretario generale del Bund, che riuscì a portare via buona parte dei documenti del Bund da cui trasse materiale per un libro sulla storia del Bund polacco fra le due guerre.
Un libro di eroi, ma nel senso di Edelman, come scrivono Goldkorn e Sofri nella introduzione: “Marek Edelman ci dice che quello che noi consideriamo eroismo è spesso frutto di una decisione repentina, quasi casuale, di un agire d’istinto: l’eroismo come l’insieme di fortuite circostanze. In questo libro Marek spiega invece, e parla anche di sé, come non sempre l’eroismo sia possibile. Lui, che è una leggenda vivente, alza le spalle. E’ scorbutico. Si capisce che lo invitino malvolentieri alle celebrazioni: non si sa mai. Si muove quando vede rinascere lo scandalo dell’omissione di soccorso, come in Bosnia, in Cecenia, in troppi altri luoghi. … Terribile è stato il mondo in cui Edelman ha tenuto e tiene fedelmente il suo posto. Ma è difficile che incontriate un altro uomo così pieno di pudore e perfino di vergogna verso la propria intransigente fraternità”.