Il mio intervento in Assemblea Regionale Toscana

Non possiamo non notare e riflettere sulla coincidenza di questa nostra prima seduta dell’Assemblea Regionale del Pd Toscano eletta in forza dei 285.000 cittadini che si sono recati alle primarie del 25 ottobre, con il ventennale della fina del Muro di Berlino.
Durante tutti gli anni ’70-’80, molti di noi si erano convinti che il nostro mondo sarebbe stato per sempre diviso da quel Muro, che niente sarebbe mai cambiato (almeno non nel corso della nostra esistenza). Quel Muro separava popoli, persone, idee, culture in modo del tutto artificiale; impediva, almeno così pareva a noi, di pensare liberamente perché ogni pensiero (così come ogni politica, progetto culturale, utopia) veniva automaticamente e necessariamente etichettato: a Est o a Ovest, di qua o di là dal Muro. Da noi si traduceva così: di qua la libertà (in nome della quale poteva avvenire qualsiasi cosa e ne sapevano qualcosa i popoli dell’America Latina o del Medio Oriente), di là la dittatura. Di là dal Muro invece si traduceva così: di qua la pace e la giustizia (a costo della limitazione delle libertà individuali), di là il moloch del Capitalismo.
Dovremmo riflettere su quell’evento. Io vi propongo di farlo con la memoria della vera, storica, ricostruzione di come il Muro sia finito. Non le immagini dei cittadini dell’Est e dell’Ovest che “picconano” fisicamente il Muro. Bensì la folla, pacifica e tenace, dei berlinesi dell’Est che si presentano al check point di Bornholmer Strasse e insistono per poter passare dall’altra parte. Semplicemente, eppure così rivoluzionario: attraversare la propria città, passare dall’altra parte, attraversare la strada ed entrare nell’altro mondo. Le guardie della Germania Est tentano di opporre ostacoli burocratici (i passaporti, il permesso e il timbro, ecc.). Ma loro, i cittadini, duri: insistono, “perché non possiamo andare di là? E’ ridicolo!”. Pretendono l’impossibile, eppure la logica, la normalità. Alla fine le guardie cedono: aprono il varco e migliaia di persone assaporano per la prima volta il gusto della libertà, quella di attraversare la strada, andare oltre. Lì finisce il mondo del Novecento; semplicemente per l’ostinazione dei cittadini, di tanti individui che si mettono in gioco e, uno per volta, senza una regia superiore, senza un partito, un sindacato, un leader che li guida. E’ la tranquilla, eppure impetuosa e incontenibile forza della libertà. Che non è una forza astratta, né la pratica egoistica dell’individualismo sfrenato della cultura berlusconiana. E’, invece, farsi carico degli altri, del futuro; mettere a rischio le proprie certezze per garantire il futuro non solo per sé, ma per tutti. E’ la forza tranquilla e impetuosa degli individui che chiedono democrazia, diritti, che chiedono di poter pensare e decidere con la propria testa.
Fatte le dovute proporzioni, è una forza analoga a quella espressa dai tre milioni di persone che in Italia che hanno scelto il segretario del PD nelle primarie che abbiamo celebrato due settimane fa
E’ stata una grande prova di democrazia di cui forse neppure noi abbiamo piena contezza; di cui forse non riusciamo a cogliere interamente le implicazioni e le responsabilità che ognuno di noi, a partire dal segretario eletto, deve sentire su di sé.
E’ un patrimonio di cui dobbiamo sentirci insieme orgogliosi e insoddisfatti. Orgogliosi perché nessun partito politico europeo si è dato modalità così democratiche e aperte per selezionare il proprio gruppo dirigente ricevendo una così ampia partecipazione. Ma insoddisfatti perché la democrazia è un regime inquieto, senza un fine determinato, una realizzazione permanentemente incompleta. La democrazia, anche quella interna ad un partito,, è un processo dinamico; fatto certamente di norme, ma anche di condizioni individuali di autonomia e dei libertà, e di condizioni sociali fatte di eguaglianza e possibilità.
E’ il principio di “eguale libertà”, il nome della difesa della dignità umana nel nostro tempo, condotta con gli strumenti del diritto e della battaglia delle idee, delle norme e del dibattito politico-culturale.
Oggi si impone per il Partito Democratico di farsi interprete di una campagna politica e culturale per i diritti civili perché insieme con questi è minacciata la qualità della nostra democrazia. Gli episodi di omofobia, di discriminazione razziale, le forme di esclusione o di marginalizzazione delle diversità sono ormai il segno inequivocabile di una tendenza culturale che sta prendendo piede e diventando maggioranza silenziosa nel nostro paese (e neppure la Toscana ne è immune).
Io propongo che il Pd si faccia promotore, insieme all’associazionismo democratico della nostra regione, di una campagna politico-culturale, articolata e duratura, per i diritti civili, per i diritti di cittadinanza, per l’eguale libertà. Ce n’è bisogno!
Perché  questo è un paese dove un ragazzo, che passeggia per la strada con il suo cane, può essere condotto in galera perché trovato con una dose per uso personale di marijuana; può essere picchiato selvaggiamente evidentemente dai tutori dell’ordine pubblico; può essere condotto in ospedale dove rifiuta di mangiare se non gli consentono di vedere il suo avvocato e nessuno dei sanitari si sente in dovere di praticare l’alimentazione forzata (mentre ci si è stracciati le vesti per la vicenda Englaro) né di denunciare la situazione alle autorità; un paese dove questo giovane muore nella più assoluta indifferenza dell’opinione pubblica e con la evidente responsabilità delle istituzioni preposte alla tutela della sicurezza e della salute pubblica. Ma che paese è questo? E non vi è forse in questo paese necessità di ricostruire un’etica pubblica, un’idea condivisa e forte dei diritti civili come il fondamento di una società democratica, libera e eguale? E chi, se non il Partito Democratico può costituire un argine al diffondersi e al radicarsi di una società fondata sull’utilitarismo, sull’individualismo, sull’aggressività e sulla discriminazione? E’ attraverso una strategia di ampliamento della cittadinanza attiva, di diritti civili che si può rafforzare la nostra democrazia e rendere più coesa la comunità e ciò non avviene solo attraverso l’operato dei governi locali, bensì anche attraverso una coraggiosa battaglia delle idee, un impegno politico-culturale che il Pd deve con più coraggio e determinazione intraprendere.
Il terreno fertile, lo spazio politico e l’agibilità sociale  per questo impegno esistono; l’egoismo, il Nulla che avanza come ne “La storia infinita”, non si è ancora mangiato tutto. Se lo sapessimo ancora vedere, se avessimo ancora antenne attive e sensibili nella società, forse ne scorgeremmo le potenzialità.
Una recente indagine condotta da Demos & Pi (Ilvo Diamanti) per Banca Etica ha dimostrato come un numero crescente di cittadini (51%) sostiene che l’etica può e deve avere uno spazio nel mondo della finanza, che il 62% afferma che un’impresa accanto al profitto deve investire in progetti a favore della società e del territorio. Sono gli stessi cittadini che hanno perso fiducia nelle banche, tanto quanto ne hanno persa nella politica; ma hanno fiducia nella parola solidarietà (8 persone su 10) e nella parola eitca (7 su 10): di queste sentono il bisogno, delle prime sono disilluse.
Probabilmente sono le stesse persone protagoniste dell’altra economia, un vasto e crescente settore di attività, contrassegnate dal segno della solidarietà e della sostenibilità, che – secondo un recente rapporto – oggi corrispondono al 4% del PIL italiano, al 6% degli occupati, al 20,5% dei volontari. Quasi 50.000 imprese, con 27 miliardi di € di valore aggiunto e 600.000 occupati nei settori della finanza etica, dell’agricoltura biologica, del commercio equo e solidale, delle energie rinnovabili, del riuso e riciclo, del no profit che rappresentano una concreta risposta alla crisi, che non è solo economica, ma anche sociale, ambientale e infine di senso. A tutto questo deve aggiungersi il vasto mondo della cooperazione che dimostra come si possa fare impresa di successo senza negare il valore del lavoro, della coesione sociale, della responsabilità d’impresa.
Il Pd, anche in Toscana, deve essere capace di riconoscere, comprendere, dialogare e rappresentare questa parte sana della società italiana; assumerne coerentemente i valori; fare una battaglia culturale in questo paese per dimostrare che è possibile costruire consenso e credibilità ad un altro sviluppo, fondato sulla riconversione ecologica dell’economia e che non lasci nessuno indietro.
Disegno, così, un Partito meno arrovellato dalle dinamiche e dalle geografie interne; meno preoccupato dei destini personali dei propri dirigenti; meno organizzato per equilibri delle sue interne componenti; e più attento a produrre elaborazione politico-culturale; più impegnato nel dialogo con la società; più coinvolto nella battaglia delle idee, intento a costruire una cultura dei diritti e della democrazia nel corpo vivo della società. Un partito che vive ogni giorno il principio democratico di cui ha fatto la sua identità; che rende protagonisti i suoi iscritti, ma davvero, permettendo loro di costruire l’identità e la linea politica del partito.
Un partito che si riconosca in queste parole di Vittorio Foa:
“Oggi non si parla più di politica, nessuno parla del futuro, tutto è una ricerca a sfruttare il presente. A volte ci sembra che la stessa politica sia fuori di ogni pratica possibilità, che non si possa più lavorare insieme per sé e per gli altri, per sé e per tutti. …  E’ possibile ricondurre le persone ad un agire che abbia significato universale, e non pensare solo a se stessi e neppure solo agli altri, ma pensare a se stessi insieme agli altri? Io credo profondamente nella possibilità per la mente umana di scegliere delle vie positive e non soltanto la via dell’egoismo”.

Non possiamo non notare e riflettere sulla coincidenza di questa nostra prima seduta dell’Assemblea Regionale del Pd Toscano eletta in forza dei 285.000 cittadini che si sono recati alle primarie del 25 ottobre, con il ventennale della fine del Muro di Berlino.

Durante tutti gli anni ’70-’80, molti di noi si erano convinti che il nostro mondo sarebbe stato per sempre diviso da quel Muro, che niente sarebbe mai cambiato (almeno non nel corso della nostra esistenza). Quel Muro separava popoli, persone, idee, culture in modo del tutto artificiale; impediva, almeno così pareva a noi, di pensare liberamente perché ogni pensiero (così come ogni politica, progetto culturale, utopia) veniva automaticamente e necessariamente etichettato: a Est o a Ovest, di qua o di là dal Muro. Da noi si traduceva così: di qua la libertà (in nome della quale poteva avvenire qualsiasi cosa e ne sapevano qualcosa i popoli dell’America Latina o del Medio Oriente), di là la dittatura. Di là dal Muro invece si traduceva così: di qua la pace e la giustizia (a costo della limitazione delle libertà individuali), di là il moloch del Capitalismo.

Dovremmo riflettere su quell’evento. Io vi propongo di farlo con la memoria della vera, storica, ricostruzione di come il Muro sia finito. Non le immagini dei cittadini dell’Est e dell’Ovest che “picconano” fisicamente il Muro. Bensì la folla, pacifica e tenace, dei berlinesi dell’Est che si presentano al check point di Bornholmer Strasse e insistono per poter passare dall’altra parte. Semplicemente, eppure così rivoluzionario: attraversare la propria città, passare dall’altra parte, attraversare la strada ed entrare nell’altro mondo. Le guardie della Germania Est tentano di opporre ostacoli burocratici (i passaporti, il permesso e il timbro, ecc.). Ma loro, i cittadini, duri: insistono, “perché non possiamo andare di là? E’ ridicolo!”. Pretendono l’impossibile, eppure la logica, la normalità. Alla fine le guardie cedono: aprono il varco e migliaia di persone assaporano per la prima volta il gusto della libertà, quella di attraversare la strada, andare oltre. Lì finisce il mondo del Novecento; semplicemente per l’ostinazione dei cittadini, di tanti individui che si mettono in gioco e, uno per volta, senza una regia superiore, senza un partito, un sindacato, un leader che li guida. E’ la tranquilla, eppure impetuosa e incontenibile forza della libertà. Che non è una forza astratta, né la pratica egoistica dell’individualismo sfrenato della cultura berlusconiana. E’, invece, farsi carico degli altri, del futuro; mettere a rischio le proprie certezze per garantire il futuro non solo per sé, ma per tutti. E’ la forza tranquilla e impetuosa degli individui che chiedono democrazia, diritti, che chiedono di poter pensare e decidere con la propria testa.

Fatte le dovute proporzioni, è una forza analoga a quella espressa dai tre milioni di persone che in Italia che hanno scelto il segretario del PD nelle primarie che abbiamo celebrato due settimane fa.

E’ stata una grande prova di democrazia di cui forse neppure noi abbiamo piena contezza; di cui forse non riusciamo a cogliere interamente le implicazioni e le responsabilità che ognuno di noi, a partire dal segretario eletto, deve sentire su di sé.

E’ un patrimonio di cui dobbiamo sentirci insieme orgogliosi e insoddisfatti. Orgogliosi perché nessun partito politico europeo si è dato modalità così democratiche e aperte per selezionare il proprio gruppo dirigente ricevendo una così ampia partecipazione. Ma insoddisfatti perché la democrazia è un regime inquieto, senza un fine determinato, una realizzazione permanentemente incompleta. La democrazia, anche quella interna ad un partito,, è un processo dinamico;  fatto certamente di norme, ma anche di condizioni individuali di autonomia e dei libertà, e di condizioni sociali fatte di eguaglianza e possibilità.

E’ il principio di “eguale libertà”, il nome della difesa della dignità umana nel nostro tempo, condotta con gli strumenti del diritto e della battaglia delle idee, delle norme e del dibattito politico-culturale.

Oggi si impone per il Partito Democratico di farsi interprete di una campagna politica e culturale per i diritti civili perché insieme con questi è minacciata la qualità della nostra democrazia. Gli episodi di omofobia, di discriminazione razziale, le forme di esclusione o di marginalizzazione delle diversità sono ormai il segno inequivocabile di una tendenza culturale che sta prendendo piede e diventando maggioranza silenziosa nel nostro paese (e neppure la Toscana ne è immune).

Io propongo che il Pd si faccia promotore, insieme all’associazionismo democratico della nostra regione, di una campagna politico-culturale, articolata e duratura, per i diritti civili, per i diritti di cittadinanza, per l’eguale libertà.
Ce n’è bisogno!

Perché  questo è un paese dove un ragazzo, che passeggia per la strada con il suo cane, può essere condotto in galera perché trovato con una dose per uso personale di marijuana; può essere picchiato selvaggiamente evidentemente dai tutori dell’ordine pubblico; può essere condotto in ospedale dove rifiuta di mangiare se non gli consentono di vedere il suo avvocato e nessuno dei sanitari si sente in dovere di praticare l’alimentazione forzata (mentre ci si è stracciati le vesti per la vicenda Englaro) né di denunciare la situazione alle autorità; un paese dove questo giovane muore nella più assoluta indifferenza dell’opinione pubblica e con la evidente responsabilità delle istituzioni preposte alla tutela della sicurezza e della salute pubblica. Ma che paese è questo? E non vi è forse in questo paese necessità di ricostruire un’etica pubblica, un’idea condivisa e forte dei diritti civili come il fondamento di una società democratica, libera e eguale? E chi, se non il Partito Democratico può costituire un argine al diffondersi e al radicarsi di una società fondata sull’utilitarismo, sull’individualismo, sull’aggressività e sulla discriminazione? E’ attraverso una strategia di ampliamento della cittadinanza attiva, di diritti civili che si può rafforzare la nostra democrazia e rendere più coesa la comunità e ciò non avviene solo attraverso l’operato dei governi locali, bensì anche attraverso una coraggiosa battaglia delle idee, un impegno politico-culturale che il Pd deve con più coraggio e determinazione intraprendere.

Il terreno fertile, lo spazio politico e l’agibilità sociale  per questo impegno esistono; l’egoismo, il Nulla che avanza come ne “La storia infinita”, non si è ancora mangiato tutto. Se lo sapessimo ancora vedere, se avessimo ancora antenne attive e sensibili nella società, forse ne scorgeremmo le potenzialità.

Una recente indagine condotta da Demos & Pi (Ilvo Diamanti) per Banca Etica ha dimostrato come un numero crescente di cittadini (51%) sostiene che l’etica può e deve avere uno spazio nel mondo della finanza, che il 62% afferma che un’impresa accanto al profitto deve investire in progetti a favore della società e del territorio. Sono gli stessi cittadini che hanno perso fiducia nelle banche, tanto quanto ne hanno persa nella politica; ma hanno fiducia nella parola solidarietà (8 persone su 10) e nella parola eitca (7 su 10): di queste sentono il bisogno, delle prime sono disilluse.

Probabilmente sono le stesse persone protagoniste dell’altra economia, un vasto e crescente settore di attività, contrassegnate dal segno della solidarietà e della sostenibilità, che – secondo un recente rapporto – oggi corrispondono al 4% del PIL italiano, al 6% degli occupati, al 20,5% dei volontari. Quasi 50.000 imprese, con 27 miliardi di € di valore aggiunto e 600.000 occupati nei settori della finanza etica, dell’agricoltura biologica, del commercio equo e solidale, delle energie rinnovabili, del riuso e riciclo, del no profit che rappresentano una concreta risposta alla crisi, che non è solo economica, ma anche sociale, ambientale e infine di senso. A tutto questo deve aggiungersi il vasto mondo della cooperazione che dimostra come si possa fare impresa di successo senza negare il valore del lavoro, della coesione sociale, della responsabilità d’impresa.

Il Pd, anche in Toscana, deve essere capace di riconoscere, comprendere, dialogare e rappresentare questa parte sana della società italiana; assumerne coerentemente i valori; fare una battaglia culturale in questo paese per dimostrare che è possibile costruire consenso e credibilità ad un altro sviluppo, fondato sulla riconversione ecologica dell’economia e che non lasci nessuno indietro.

Disegno, così, un Partito meno arrovellato dalle dinamiche e dalle geografie interne; meno preoccupato dei destini personali dei propri dirigenti; meno organizzato per equilibri delle sue interne componenti; e più attento a produrre elaborazione politico-culturale; più impegnato nel dialogo con la società; più coinvolto nella battaglia delle idee, intento a costruire una cultura dei diritti e della democrazia nel corpo vivo della società. Un partito che vive ogni giorno il principio democratico di cui ha fatto la sua identità; che rende protagonisti i suoi iscritti, ma davvero, permettendo loro di costruire l’identità e la linea politica del partito.

Un partito che si riconosca in queste parole di Vittorio Foa:
Oggi non si parla più di politica, nessuno parla del futuro, tutto è una ricerca a sfruttare il presente. A volte ci sembra che la stessa politica sia fuori di ogni pratica possibilità, che non si possa più lavorare insieme per sé e per gli altri, per sé e per tutti. …  E’ possibile ricondurre le persone ad un agire che abbia significato universale, e non pensare solo a se stessi e neppure solo agli altri, ma pensare a se stessi insieme agli altri? Io credo profondamente nella possibilità per la mente umana di scegliere delle vie positive e non soltanto la via dell’egoismo”.

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