I simboli religiosi nei luoghi pubblici

La recente sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha restituito attualità  non solo e non tanto al tema dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, per di più preposti alla educazione dei giovani, ma più in generale al tema della laicità degli enti e delle attività pubbliche.
Riproduco qui di sotto una relazione che ho tenuto qualche anno fa sull’argomento in un convegno che si è tenuto in Consiglio Regionale della Toscana. Oltre che una serie di considerazioni sul tema della laicità, vi si racconta una esperienza personale legata alla mia attività di amministratore pubblico del Comune di Firenze, quando ho dovuto rispondere ad una interrogazione sul tema dell’esposizione del crocifisso in un ufficio comunale aperto al pubblico.
Laicità, principio supremo della Costituzione
Il principio di laicità, nella sua evoluzione storica ultracentenaria, ha ormai assunto una valenza giuridica generale che va ben oltre la problematica del rapporto fra Stato e Chiesa, ma tende a delineare uno Stato che sia l’espressione istituzionale di una laicità intesa come rifiuto delle ideologie integraliste, religiose o secolari. Non si tratta più soltanto di intendere il laicismo come “difesa dello Stato dall’invadenza della Chiesa” ma – come scrisse Calogero, “difesa di ogni uomo dall’invadenza dei cattivi Stati e delle cattive Chiese”
Nell’accezione vasta di cui sopra, il principio di laicità si pone in diretto rapporto con i fondamenti del modello della democrazia liberale e pluralista, intesa come equilibrio – costantemente in movimento – tra le istanze di una moderna società complessa e la ricomposizione unitaria propria degli Stati.. Dunque, il carattere di laicità di uno Stato investe non solo il rapporto di questo con il fenomeno religioso, bensì il complesso dei rapporti fra Stato e cittadini.
Il principio di laicità, quindi, si correla al principio democratico (di cui è al contempo espressione e limite) e a quello pluralistico (costituendone il completamento): la sentenza n°230/89 della Corte Costituzionale chiarisce che il principio di laicità implica un “regime di pluralismo confessionale e culturale”, ponendosi come condizione e limite del pluralismo stesso.
Il principio di laicità si pone anche in relazione diretta con altri principi fondamentali della nostra Costituzione, in particolare con quello personalista e con quello di eguaglianza; inoltre esso si pone quale strumento per la realizzazione dei principi organizzatori dello Stato di diritto, primo fra tutti quello della separazione dei poteri, che si distingue ma anche si correla al pluralismo (giacché il primo è relativo alla dimensione verticale della divisione del potere, mentre il secondo è relativo alla dimensione orizzontale).
In questa prospettiva, lo Stato laico non potrà mai farsi latore di contenuti esclusivi sul piano etico, tale da divenire causa ostativa alla tendenziale integrazione globale delle istanze avanzate dalla società complessa, tradotte in termini di politici e giuridici informati al principio del pluralismo. Laicità dello Stato significa neutralità degli apparati pubblici dinanzi alle istante emergenti dalla comunità (e, in questo senso, anche gli amministratori, gli uffici dell’Amministrazione e ovviamente i funzionari pubblici dell’Amministrazione devono essere e apparire neutrali alla comunità e ad ogni suo componente: ecco perché non è accettabile esporre, in aree aperte al pubblico, simboli religiosi, né può valere come motivazione la richiesta degli stessi funzionari pubblici). Lo Stato laico è quello che opera come “punto di riferimento di ideologie e culture diverse (e non di rado contrapposte) senza assumerne alcuna come propria, ma garantendo – anzi e soltanto, come suo compito specifico – le condizioni istituzionali del loro conflitto e della composizione di questo”, ossia del dialogo (S.PRISCO, Fedeltà alla Repubblica e obiezione di coscienza. Una riflessione sullo Stato ‘laico’”, Napoli, 1986).
Il principio di laicità, in quanto principio generale dell’ordinamento (v. sentenza Corte Costituzionale 12.4.1989 n.203, fondandosi sulla interpretazione integrata degli artt. 2,3,7,8,19 e 20 Cost.), deve permeare di sé l’intera attività del legislatore, nonché quella dell’amministrazione (costituendo un fondamento ulteriore di quell’imparzialità imposta dall’art.97 Cost.). Del resto, del tutto peculiare diventa il ruolo della Corte Costituzionale alla luce del principio di stabilità, cui peraltro si deve in gran parte la ricostruzione dello stesso principio, non espresso nella Carta del 1948. Sono quindi diversi i settori che hanno registrato maggiori difficoltà di attuazione e di bilanciamento di tale principio con altri costituzionalmente stabiliti.
Laicità, un principio minacciato
Perché  si torna a discutere della laicità senza la serenità con cui si tratta un principio affermato e assestato nella vita, privata e pubblica, che può essere solo sviluppato, sfidato da questioni complesse e nuove (come oggettivamente sono le biotecnologie) ma che in alcun modo è a rischio?
Perché  avvertiamo oggi che uno dei valori che ha connotato la lunga e mai lineare evoluzione di una civiltà, quella Occidentale, è oggi minacciato. Forse abbiamo la inconsapevole convinzione che la laicità è l’elemento distintivo di un lungo percorso storico-culturale che ha portato religione e Stato a vivere accanto, separate, nel mutuo riconoscimento degli ambiti inviolabili di ciascuno. Il “dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare” ha plasmato – fra mille contraddizioni e conflitti – un progresso che ha avuto il suo culmine nel secolo dei Lumi e che ha incardinato il patto sociale e le regole di vita delle comunità di uomini liberi sui principi di libertà, eguaglianza e fraternità. Ricordava opportunamente Eugenio Scalari (“la Repubblica” del 7.11.2004) che “questo gruppo di questioni sta all’origine della modernità occidentale e perfino dell’evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell’uno e dell’altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti”. Questo principio di separazione e mutuo riconoscimento, nonché di autonomia di Stato e Chiesa nei rispettivi ambiti fa parte della storia dell’Occidente ed è il punto di partenza dell’articolo di Nicola Colaianni (“Un ‘principio costituzionale supremo’ sotto attacco: la laicità” in “Democrazia e Diritto”, 2/2006), citando la recente enciclica pontificia. Tale principio trova forti motivazioni di ordine anche teologico  dove la formula “Come se Dio non fosse”, utilizzata prima da Grozio nel ‘600 e poi da Dietrich Bonhoffer nei lager nazisti, deve applicarsi all’atteggiamento del cristiano nella storia non solo per il rispetto delle altrui diverse convinzioni, ma anche come esclusione di una supplenza di Dio rispetto alle mancanze umane e di una spiegazione divina agli eventi della storia. Dio non deve servire quale pre-giudizio, spiegazione a priori delle cose del mondo, prescindendo dall’esperienza umana autentica (come avviene nella Chiesa per le coppie di fatto).
Avvertiamo oggi come non mai nel corso del secolo scorso che è messo in discussione questo fondamentale principio della costruzione dello Stato, della vita civile non attorno al cardine religioso, ma senza ignorarlo. E la minaccia proviene da due diverse direzioni, una endogena e l’altra esogena. Quella endogena è interna alla stessa tradizione cristiana, con la tendenza che si registra sempre più forte ed esplicita a richiedere che le regole, le leggi della comunità civile siano improntate a principi e valori religiosi. Quella esogena, non possiamo negarlo, proviene da una malintesa interpretazione dell’Islam che pretende esplicitamente in alcune parti del mondo di costruire nuove teocrazie e in alcuni casi dentro l’Occidente pone questioni di ordine sociale e di diritti degli individui legate a stili di vita e precetti religiosi.
Laicità, un problema anche di simboli, di filosofia di vita
Nel mondo moderno, globalizzato e secolarizzato, i simboli sembrano diventare sempre più importanti, forse troppo importanti. Al punto intorno ad essi, alla loro ostentazione e talvolta fino al rischio di cadere nel ridicolo, si svolgono attorno ad essi conflitti ideologici inusitati; così che talvolta viene da domandarsi, come già faceva nel 2004 Stefano Rodotà se non si sia di fronte alla “nascita di uno scontro di civiltà all’interno dello stesso Occidente, di fonte al una tendenza crescente a usare “religione e natura come rifugio da un mondo senza cuore, come unica via per fondare certezze e recuperare identità perdute. Questo orientamento si diffonde, definisce posizioni politiche e vuole ispirare la legislazione.” (la Repubblica, 8.11.2004).
Per esperienza vissuta vorrei riflettere brevemente sul caso dell’esposizione del crocifisso in locali dell’Amministrazione Comunale aperti al pubblico. A fronte della protesta di una cittadina per l’esposizione di un crocifisso nei locali dell’anagrafe del Comune di Firenze e di una interpellanza di alcuni consiglieri comunali di maggioranza, mi sono trovato nell’obbligo di applicare i principi cui ho fatto cenno sopra nella concreta (ancorché minima) azione amministrativa quotidiana. E ho dovuto scegliere fra una mia intima e profonda convinzione spirituale e una altrettanto profonda convinzione civile. La prima attiene al fatto che, in un modo che qui è difficile argomentare e spiegare, io considero l’immagine di quell’uomo ucciso sulla croce l’immagine più vera e profonda del mia personale adesione al cristianesimo, tanto forte che neppure le contraddizioni e i tradimenti dei suoi più alti rappresentanti nel corso dei secoli hanno potuto offuscare. Io penso, realmente, che il messaggio originario di quell’uomo affisso alla croce, sia davvero un messaggio universale, valido per ogni uomo in ogni tempo. Ma la seconda convinzione attiene al fatto che, nel momento in cui io sono chiamato a rappresentare l’intera comunità, le mie personali convinzioni in questo ambito devono recedere quando esse venissero a configgere con il dovere di assicurare il tendenziale inveramento di quei principi di pluralismo e di neutralità della Pubblica Amministrazione di fronte alle libere convinzioni religiose o non religiose di ogni singolo cittadino. Così ho scelto per la seconda convinzione e, rispondendo alla interrogazione, ho proposto al sindaco di far rimuovere i simboli religiosi dalle aree aperte al pubblico (diverso ovviamente il caso in cui uno o più funzionari volessero appendere un crocifisso nel loro ufficio non aperto al pubblico: in questo caso un divieto equivarrebbe a limitare un diritto importante). Naturalmente, apriti cielo!
A parte le reazioni strumentali politiche, mi ha colpito quella di P. Ferdinando Batazzi che dalle colonne de “il Giornale” che, dopo avermi apostrofato come “compagno con tanti che ce l’hanno con il Crocifisso”, sostiene che la mia posizione sarebbe stata per lui fonte di ilarità, “perché gli italiani sono naturalmente cristiani e anche quella percentuale minima che non lo è, appartiene a quel gruppo stupendamente definito dalla Oriana Fallaci “atea-cristiana”.
Naturalmente la mia posizione poggiava sulla sentenza N.203/89: laicità principio supremo della Costituzione (che ha quindi valenza superiore alle altre norme o anche leggi di rango costituzionale), atteggiamento di imparzialità dell’Amministrazione di fronte al fenomeno religioso, imparzialità che “deve realizzarsi attraverso la mancata esposizione di simboli religiosi piuttosto che attraverso l’affissione di una pluralità, che peraltro non potrebbe in concreto essere tendenzialmente esaustiva e comunque finirebbe per ledere la libertà religiosa negativa di coloro che non hanno alcun credo” (Cassazione IV sez. penale 1/3/2000 n.439).
E’ vero che numerose sentenze e pronunce di varie sedi giurisdizionali hanno argomentato in senso opposto. Molte di queste tendono a dire che nel crocifisso si concentrano simboli e valori condivisi, o naturali, corrispondendo così ad una strategia della Chiesa cattolica di volersi ritagliare, nella società secolarizzata, un ruolo di depositaria dell’etica della ragione, una funzione comunque universale. Tuttavia a me è sembrato corretto riferirsi, in una sorta di gerarchia delle fonti, alla sentenza della Corte Costituzionale e non a pronunce di Corti di rango decisamente inferiore.
Qui, però vorrei segnalare alcuni elementi peculiari della vicenda che possono far riflettere.
Il primo riguarda le motivazioni addotte per l’affissione del crocifisso, della serie alla fantasia non c’è mai fine. La dirigente ritiene che decidere o meno di appendere il crocifisso rientra nelle sue prerogative in quanto scelta di arredo di uffici!! Al di là della ridicola e finanche involontariamente comica motivazione, ci deve far riflettere il fatto che in questo senso il dirigente tende a svuotare il crocifisso di ogni significato simbolico, ma soprattutto di ogni significato religioso.
Del resto, quando l’Amministrazione Comunale decide di smentire l’assessore alla cultura, lo fa con una motivazione contraddittoria. Il vicesindaco da un lato sostiene, citando Natalia Ginzburg (che peraltro proponeva un complesso ragionamento a sostegno dell’idea di laicità) che il crocifisso è un simbolo muto, dall’altro sostiene che esso esprime valori universali e dunque validi per ogni uomo a prescindere dalla propria fede religiosa.
Ma soprattutto l’Amministrazione decide di risolvere la questione nel modo più pilatesco e, dal mio punto di vista, peggiore possibile: il crocifisso dove c’è e dove è stato messo, si lascia; dove non c’è, si evita di metterlo; ma soprattutto non se ne parla più in modo da non svegliare il can che dorme! Interpretando così, inconsciamente credo, la facoltà di apporre o meno il crocifisso stabilito dagli articoli 118 e 119 del Concordato (reso esecutivo dalla Legge 25 marzo 1985, n°121, il nuovo Concordato): il Consiglio di Stato II sez. con il parere del 27.4.1988 n°63 aveva infatti chiarito che nella Costituzione non è contenuto alcun divieto all’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici, bensì lo consentono (precisazione importante perché i sostenitori dell’obbligo dell’esposizione del crocifisso citano, erroneamente, a sostegno delle proprie tesi questo parere del Consiglio di Stato.
Risultato, dunque, pessimo dell’Amministrazione Comunale è quello di prendere atto della situazione determinatasi, non come il frutto di una consapevole scelta (sia pure di ordine culturale, come sostiene il vicesindaco), bensì come il risultato casuale di scelte di altri non competenti (i funzionari),
Il ridicolo lo si sfiora in casi come quello recente del Comune di Arcene nella bergamasca dove la, a mio avviso corretta, decisione del Comune di realizzare un’area non religiosa nel cimitero per consentire ai familiari di defunti non religiosi di “incontrare” i propri morti in un’area scevra da simboli religiosi, ha costituito un casus belli che ha spinto alcuni giornali (“la Repubblica”… e il ruolo dei media nel banalizzare e amplificare questi conflitti dovrebbe essere argomento di riflessione in primo luogo per la deontologia professionale dei giornalisti) a parlare della riedizione del conflitto fra don Camillo e Peppone. Ma ciò che davvero fa pensare è che per un caso come questo si è addirittura esibito un “intellettuale” come Gianni Vattimo dicendo delle sciocchezze e delle inesattezze francamente imbarazzanti. Nell’intervista a “Repubblica” del 5 gennaio 2007, Vattimo sostiene: “I simboli non hanno mai ucciso nessuno: invece di toglierli li moltiplicherei. Perché non costruiscono delle cappelle apposite, non mettono le croci e i versetti del Corano. Io mi adatterei ai simboli prevalenti del Paese in cui vivo: se in quel Comune ci fosse il 90 per cento dei musulmani capirei. Già all’epoca della riforma protestante e della convivenza tra cattolici e luterani si diceva: “cuius regio eius religio”: la religione del principe è quella del principato”.
Si dovrà, comunque, concludere che la casistica del genere è destinata a crescere a dismisura (tanto più cresce la varietà delle professioni religiose all’interno di una società pluriculturale e globalizzata come la nostra) e a diventare sempre più complessa (dal velo islamico alle tradizioni al confine fra gli stili di vita e la religiose relative ai matrimoni, dall’organizzazione del lavoro a seconda dei ritmi scanditi dai riti religiosi all’alimentazione, ecc.). Per questo dobbiamo prepararci a gestire conflitti, non ad aggirarli furbescamente; a confrontare diverse realtà religiose e non ad imporre una religione sulle altre; a concepire contraddizioni all’interno di ogni chiesa (da quella cattolica che vede suoi componenti coinvolti in situazioni configgenti con gli insegnamenti cristiani, a quella islamica che pure vede suoi esponenti giustificare e comprendere atti che contrastano con la dignità e il libero arbitrio di uomini e donne e, in ultima, analisi, contrastare con la parola del Profeta) e a tutelare che a nessuna chiesa vuole appartenere. Non ci sono scorciatoie a queste difficili conflitti: l’unico approccio possibile e realista è quello laico, così come (ri)costruito dalle diverse sentenze della Corte Costituzionale, che implica in tutti i servitori dello Stato (dagli eletti alla burocrazia) prima di tutto fedeltà concreta negli atti quotidiani a questo principio.
Laicità, un ambito mentale – Laicità nella vita politica
Come detto in avvio, il problema della laicità non riguarda soltanto il rapporto fra Stato (sfera pubblica) e il fenomeno religioso, soprattutto perché laicità non significa l’opposto di religioso, né implica una indifferenza al fenomeno religioso (come ben ha argomentato la sentenza 203 della Corte Costituzionale). La laicità, come scrive Claudio Magris nel suo ultimo “La storia non è finita”, “non è un contenuto filosofico, bensì un abito mentale. … La laicità è l’attitudine critica ad articolare il proprio credo filosofico o religioso secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da nessuna fede, perché in tal caso si cadrebbe in un torbido pasticcio, sempre oscurantista”. Per me ne deriva che la laicità è un fatto, un obiettivo da conquistare in primo luogo per i credenti, ma questo è tema altro. Qui vorrei accenturare un’altra questione. Nel senso detto da Magris, la laicità è un’attitudine mentale che porta i suoi fautori, in ogni campo della vita, a considerare la verità come una incessante ricerca da compiere attraverso il dialogo. Ciò implica molti problemi, fra tutti quello del confine fra il necessario relativismo culturale insito in questo approccio e la necessità di affermare alcuni principi e valori universali; ma nel mondo complesso di oggi tali confini sono assai labili, mutevoli, difficili da individuare. E infatti il problema si sposta sul chi stabilisce che un principio è universale (e qui sta tutto il problema della vicenda di Welby o del velo islamico) e sul definire un minimo comune denominatore di valori non negoziabili ma anche su chi e in base a quali criteri giudichi – negli infiniti casi diversi che il mondo moderno propone – quando tali valori vengono violati.
Ma intanto assumere l’atteggiamento di ricerca come fondamento del principio di laicità, ci conduce a ritenere che le minacce allo spirito laico oggi non provengono soltanto dal revanchismo del fondamentalismo religioso, ma anche “..da un deterioramento del costume intellettuale che rischia di svuotarlo e di capovolgerlo nel suo contrario, ossia in intolleranza, mancanza di critica, aggressiva sicumera. Come aveva intuito anni fa Pasolini, la lotta contro i dogmatismi può pervertirsi nella liquidazione di tutti i valori e principi che possano contrapporsi all’automatico meccanismo sociale; la ragione corre il pericolo di snaturarsi nella mera razionalità calcolante, tecnica di potere che non riconosce valori al di là dei fatti, e di identificarsi con una società anonima e impersonale, che livella e annienta quella responsabilità del giudizio individuale che è il fulcro della laicità” (C.Magris, “La storia non è finita”, pag.21-22). Ora, in questo senso, c’è una sfida di laicità importante anche per la politica e, al suo interno, per la sinistra. I rischi sono di due tipi: da un lato il conformismo, il livellamento e l’accettazione acritica della realtà come l’unica possibile nel dibattito politico nel paese e all’interno delle singole forze politiche; dall’altro l’indisponibilità all’ascolto delle ragioni dell’altro e a farsi anche convincere, o meglio la rigidità di argomentazioni apodittiche che non contemplano mai la possibilità che il confronto libero possa condurre a determinazioni non già predefinite all’inizio del confronto. Questi due rischi sono già realtà nel dibattito sui temi “etici” nel paese, ma lo sono anche nel confronto politico complessivo all’interno della sinistra. Ora, io spero (e questo è il contributo personale che cercherò di dare, contando di incontrare tanti su questa strada) che anche nelle scomposizioni e ricomposizioni che all’interno della sinistra sono alla vista, si possa partecipare con questo spirito laico. A partire dai temi legati alla laicità. La laicità intesa in questo senso largo non può essere una precondizione, una sorta di tavola della legge che precede ogni aggregazione politica, vecchia o nuova; bensì non può che essere il fuoco del dibattito culturale, il punto d’arrivo – ogni volta mutevole e messo in discussione – del libero confronto sui temi difficili, complessi, dolorosi che la società globale ci metterà di fronte. Se, viceversa, assumessimo la laicità come giuramento da farsi a priori, cadremmo noi stessi in contraddizione facendo della laicità una religione ossificata e cristallizzando, creando forse una nuova Chiesa. La mia storia personale mi ha reso allergico alle varie Chiese che ho incontrato per la mia strada (quella Cattolica Romana, ma anche quella Comunista Italiana): non vorrei finire in una nuova.

La recente sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha restituito attualità  non solo e non tanto al tema dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, per di più preposti alla educazione dei giovani, ma più in generale al tema della laicità degli enti e delle attività pubbliche.

Riproduco qui di sotto una relazione che ho tenuto qualche anno fa sull’argomento in un convegno che si è tenuto in Consiglio Regionale della Toscana. Oltre che una serie di considerazioni sul tema della laicità, vi si racconta una esperienza personale legata alla mia attività di amministratore pubblico del Comune di Firenze, quando ho dovuto rispondere ad una interrogazione sul tema dell’esposizione del crocifisso in un ufficio comunale aperto al pubblico.

Laicità, principio supremo della Costituzione

Il principio di laicità, nella sua evoluzione storica ultracentenaria, ha ormai assunto una valenza giuridica generale che va ben oltre la problematica del rapporto fra Stato e Chiesa, ma tende a delineare uno Stato che sia l’espressione istituzionale di una laicità intesa come rifiuto delle ideologie integraliste, religiose o secolari.
Non si tratta più soltanto di intendere il laicismo come “difesa dello Stato dall’invadenza della Chiesa” ma – come scrisse Calogero, “difesa di ogni uomo dall’invadenza dei cattivi Stati e delle cattive Chiese”.

Nell’accezione vasta di cui sopra, il principio di laicità si pone in diretto rapporto con i fondamenti del modello della democrazia liberale e pluralista, intesa come equilibrio – costantemente in movimento – tra le istanze di una moderna società complessa e la ricomposizione unitaria propria degli Stati.. Dunque, il carattere di laicità di uno Stato investe non solo il rapporto di questo con il fenomeno religioso, bensì il complesso dei rapporti fra Stato e cittadini.

Il principio di laicità, quindi, si correla al principio democratico (di cui è al contempo espressione e limite) e a quello pluralistico (costituendone il completamento): la sentenza n°230/89 della Corte Costituzionale chiarisce che il principio di laicità implica un “regime di pluralismo confessionale e culturale”, ponendosi come condizione e limite del pluralismo stesso.

Il principio di laicità si pone anche in relazione diretta con altri principi fondamentali della nostra Costituzione, in particolare con quello personalista e con quello di eguaglianza; inoltre esso si pone quale strumento per la realizzazione dei principi organizzatori dello Stato di diritto, primo fra tutti quello della separazione dei poteri, che si distingue ma anche si correla al pluralismo (giacché il primo è relativo alla dimensione verticale della divisione del potere, mentre il secondo è relativo alla dimensione orizzontale).

In questa prospettiva, lo Stato laico non potrà mai farsi latore di contenuti esclusivi sul piano etico, tale da divenire causa ostativa alla tendenziale integrazione globale delle istanze avanzate dalla società complessa, tradotte in termini di politici e giuridici informati al principio del pluralismo. Laicità dello Stato significa neutralità degli apparati pubblici dinanzi alle istante emergenti dalla comunità (e, in questo senso, anche gli amministratori, gli uffici dell’Amministrazione e ovviamente i funzionari pubblici dell’Amministrazione devono essere e apparire neutrali alla comunità e ad ogni suo componente: ecco perché non è accettabile esporre, in aree aperte al pubblico, simboli religiosi, né può valere come motivazione la richiesta degli stessi funzionari pubblici). Lo Stato laico è quello che opera come “punto di riferimento di ideologie e culture diverse (e non di rado contrapposte) senza assumerne alcuna come propria, ma garantendo – anzi e soltanto, come suo compito specifico – le condizioni istituzionali del loro conflitto e della composizione di questo”, ossia del dialogo (S.PRISCO, Fedeltà alla Repubblica e obiezione di coscienza. Una riflessione sullo Stato ‘laico’”, Napoli, 1986).

Il principio di laicità, in quanto principio generale dell’ordinamento (v. sentenza Corte Costituzionale 12.4.1989 n.203, fondandosi sulla interpretazione integrata degli artt. 2,3,7,8,19 e 20 Cost.), deve permeare di sé l’intera attività del legislatore, nonché quella dell’amministrazione (costituendo un fondamento ulteriore di quell’imparzialità imposta dall’art.97 Cost.). Del resto, del tutto peculiare diventa il ruolo della Corte Costituzionale alla luce del principio di stabilità, cui peraltro si deve in gran parte la ricostruzione dello stesso principio, non espresso nella Carta del 1948. Sono quindi diversi i settori che hanno registrato maggiori difficoltà di attuazione e di bilanciamento di tale principio con altri costituzionalmente stabiliti.

Laicità, un principio minacciato

Perché  si torna a discutere della laicità senza la serenità con cui si tratta un principio affermato e assestato nella vita, privata e pubblica, che può essere solo sviluppato, sfidato da questioni complesse e nuove (come oggettivamente sono le biotecnologie) ma che in alcun modo è a rischio?

Perché  avvertiamo oggi che uno dei valori che ha connotato la lunga e mai lineare evoluzione di una civiltà, quella Occidentale, è oggi minacciato. Forse abbiamo la inconsapevole convinzione che la laicità è l’elemento distintivo di un lungo percorso storico-culturale che ha portato religione e Stato a vivere accanto, separate, nel mutuo riconoscimento degli ambiti inviolabili di ciascuno. Il “dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare” ha plasmato – fra mille contraddizioni e conflitti – un progresso che ha avuto il suo culmine nel secolo dei Lumi e che ha incardinato il patto sociale e le regole di vita delle comunità di uomini liberi sui principi di libertà, eguaglianza e fraternità. Ricordava opportunamente Eugenio Scalari (“la Repubblica” del 7.11.2004) che “questo gruppo di questioni sta all’origine della modernità occidentale e perfino dell’evoluzione delle Chiese cristiane. Se infatti il cristianesimo ha saputo e potuto aggiornare costantemente la propria dottrina e i canoni interpretativi della realtà sociale senza rinchiudersi nelle bende del dogma, ciò è dovuto soprattutto al fatto della presenza dialettica del potere civile accanto a quello ecclesiastico, nella reciproca autonomia dell’uno e dell’altro, alle lotte che ne sono derivate e agli equilibri che di volta in volta ne sono scaturiti”.

Questo principio di separazione e mutuo riconoscimento, nonché di autonomia di Stato e Chiesa nei rispettivi ambiti fa parte della storia dell’Occidente ed è il punto di partenza dell’articolo di Nicola Colaianni (“Un ‘principio costituzionale supremo’ sotto attacco: la laicità” in “Democrazia e Diritto”, 2/2006), citando la recente enciclica pontificia. Tale principio trova forti motivazioni di ordine anche teologico  dove la formula “Come se Dio non fosse”, utilizzata prima da Grozio nel ‘600 e poi da Dietrich Bonhoffer nei lager nazisti, deve applicarsi all’atteggiamento del cristiano nella storia non solo per il rispetto delle altrui diverse convinzioni, ma anche come esclusione di una supplenza di Dio rispetto alle mancanze umane e di una spiegazione divina agli eventi della storia. Dio non deve servire quale pre-giudizio, spiegazione a priori delle cose del mondo, prescindendo dall’esperienza umana autentica (come avviene nella Chiesa per le coppie di fatto).

Avvertiamo oggi come non mai nel corso del secolo scorso che è messo in discussione questo fondamentale principio della costruzione dello Stato, della vita civile non attorno al cardine religioso, ma senza ignorarlo. E la minaccia proviene da due diverse direzioni, una endogena e l’altra esogena. Quella endogena è interna alla stessa tradizione cristiana, con la tendenza che si registra sempre più forte ed esplicita a richiedere che le regole, le leggi della comunità civile siano improntate a principi e valori religiosi. Quella esogena, non possiamo negarlo, proviene da una malintesa interpretazione dell’Islam che pretende esplicitamente in alcune parti del mondo di costruire nuove teocrazie e in alcuni casi dentro l’Occidente pone questioni di ordine sociale e di diritti degli individui legate a stili di vita e precetti religiosi.

Laicità, un problema anche di simboli, di filosofia di vita

Nel mondo moderno, globalizzato e secolarizzato, i simboli sembrano diventare sempre più importanti, forse troppo importanti. Al punto intorno ad essi, alla loro ostentazione e talvolta fino al rischio di cadere nel ridicolo, si svolgono attorno ad essi conflitti ideologici inusitati; così che talvolta viene da domandarsi, come già faceva nel 2004 Stefano Rodotà se non si sia di fronte alla “nascita di uno scontro di civiltà all’interno dello stesso Occidente, di fonte al una tendenza crescente a usare “religione e natura come rifugio da un mondo senza cuore, come unica via per fondare certezze e recuperare identità perdute. Questo orientamento si diffonde, definisce posizioni politiche e vuole ispirare la legislazione.” (la Repubblica, 8.11.2004).

Per esperienza vissuta vorrei riflettere brevemente sul caso dell’esposizione del crocifisso in locali dell’Amministrazione Comunale aperti al pubblico.

A fronte della protesta di una cittadina per l’esposizione di un crocifisso nei locali dell’anagrafe del Comune di Firenze e di una interpellanza di alcuni consiglieri comunali di maggioranza, mi sono trovato nell’obbligo di applicare i principi cui ho fatto cenno sopra nella concreta (ancorché minima) azione amministrativa quotidiana. E ho dovuto scegliere fra una mia intima e profonda convinzione spirituale e una altrettanto profonda convinzione civile. La prima attiene al fatto che, in un modo che qui è difficile argomentare e spiegare, io considero l’immagine di quell’uomo ucciso sulla croce l’immagine più vera e profonda del mia personale adesione al cristianesimo, tanto forte che neppure le contraddizioni e i tradimenti dei suoi più alti rappresentanti nel corso dei secoli hanno potuto offuscare. Io penso, realmente, che il messaggio originario di quell’uomo affisso alla croce, sia davvero un messaggio universale, valido per ogni uomo in ogni tempo. Ma la seconda convinzione attiene al fatto che, nel momento in cui io sono chiamato a rappresentare l’intera comunità, le mie personali convinzioni in questo ambito devono recedere quando esse venissero a configgere con il dovere di assicurare il tendenziale inveramento di quei principi di pluralismo e di neutralità della Pubblica Amministrazione di fronte alle libere convinzioni religiose o non religiose di ogni singolo cittadino. Così ho scelto per la seconda convinzione e, rispondendo alla interrogazione, ho proposto al sindaco di far rimuovere i simboli religiosi dalle aree aperte al pubblico (diverso ovviamente il caso in cui uno o più funzionari volessero appendere un crocifisso nel loro ufficio non aperto al pubblico: in questo caso un divieto equivarrebbe a limitare un diritto importante). Naturalmente, apriti cielo!

A parte le reazioni strumentali politiche, mi ha colpito quella di P. Ferdinando Batazzi che dalle colonne de “il Giornale” che, dopo avermi apostrofato come “compagno con tanti che ce l’hanno con il Crocifisso”, sostiene che la mia posizione sarebbe stata per lui fonte di ilarità, “perché gli italiani sono naturalmente cristiani e anche quella percentuale minima che non lo è, appartiene a quel gruppo stupendamente definito dalla Oriana Fallaci “atea-cristiana”.

Naturalmente la mia posizione poggiava sulla sentenza N.203/89: laicità principio supremo della Costituzione (che ha quindi valenza superiore alle altre norme o anche leggi di rango costituzionale), atteggiamento di imparzialità dell’Amministrazione di fronte al fenomeno religioso, imparzialità che “deve realizzarsi attraverso la mancata esposizione di simboli religiosi piuttosto che attraverso l’affissione di una pluralità, che peraltro non potrebbe in concreto essere tendenzialmente esaustiva e comunque finirebbe per ledere la libertà religiosa negativa di coloro che non hanno alcun credo” (Cassazione IV sez. penale 1/3/2000 n.439).

E’ vero che numerose sentenze e pronunce di varie sedi giurisdizionali hanno argomentato in senso opposto. Molte di queste tendono a dire che nel crocifisso si concentrano simboli e valori condivisi, o naturali, corrispondendo così ad una strategia della Chiesa cattolica di volersi ritagliare, nella società secolarizzata, un ruolo di depositaria dell’etica della ragione, una funzione comunque universale. Tuttavia a me è sembrato corretto riferirsi, in una sorta di gerarchia delle fonti, alla sentenza della Corte Costituzionale e non a pronunce di Corti di rango decisamente inferiore.

Qui, però vorrei segnalare alcuni elementi peculiari della vicenda che possono far riflettere.

Il primo riguarda le motivazioni addotte per l’affissione del crocifisso, della serie alla fantasia non c’è mai fine. La dirigente ritiene che decidere o meno di appendere il crocifisso rientra nelle sue prerogative in quanto scelta di arredo di uffici!! Al di là della ridicola e finanche involontariamente comica motivazione, ci deve far riflettere il fatto che in questo senso il dirigente tende a svuotare il crocifisso di ogni significato simbolico, ma soprattutto di ogni significato religioso.

Del resto, quando l’Amministrazione Comunale decide di smentire l’assessore alla cultura, lo fa con una motivazione contraddittoria. Il vicesindaco da un lato sostiene, citando Natalia Ginzburg (che peraltro proponeva un complesso ragionamento a sostegno dell’idea di laicità) che il crocifisso è un simbolo muto, dall’altro sostiene che esso esprime valori universali e dunque validi per ogni uomo a prescindere dalla propria fede religiosa.

Ma soprattutto l’Amministrazione decide di risolvere la questione nel modo più pilatesco e, dal mio punto di vista, peggiore possibile: il crocifisso dove c’è e dove è stato messo, si lascia; dove non c’è, si evita di metterlo; ma soprattutto non se ne parla più in modo da non svegliare il can che dorme! Interpretando così, inconsciamente credo, la facoltà di apporre o meno il crocifisso stabilito dagli articoli 118 e 119 del Concordato (reso esecutivo dalla Legge 25 marzo 1985, n°121, il nuovo Concordato): il Consiglio di Stato II sez. con il parere del 27.4.1988 n°63 aveva infatti chiarito che nella Costituzione non è contenuto alcun divieto all’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici, bensì lo consentono (precisazione importante perché i sostenitori dell’obbligo dell’esposizione del crocifisso citano, erroneamente, a sostegno delle proprie tesi questo parere del Consiglio di Stato.

Risultato, dunque, pessimo dell’Amministrazione Comunale è quello di prendere atto della situazione determinatasi, non come il frutto di una consapevole scelta (sia pure di ordine culturale, come sostiene il vicesindaco), bensì come il risultato casuale di scelte di altri non competenti (i funzionari),

Il ridicolo lo si sfiora in casi come quello recente del Comune di Arcene nella bergamasca dove la, a mio avviso corretta, decisione del Comune di realizzare un’area non religiosa nel cimitero per consentire ai familiari di defunti non religiosi di “incontrare” i propri morti in un’area scevra da simboli religiosi, ha costituito un casus belli che ha spinto alcuni giornali (“la Repubblica”… e il ruolo dei media nel banalizzare e amplificare questi conflitti dovrebbe essere argomento di riflessione in primo luogo per la deontologia professionale dei giornalisti) a parlare della riedizione del conflitto fra don Camillo e Peppone. Ma ciò che davvero fa pensare è che per un caso come questo si è addirittura esibito un “intellettuale” come Gianni Vattimo dicendo delle sciocchezze e delle inesattezze francamente imbarazzanti. Nell’intervista a “Repubblica” del 5 gennaio 2007, Vattimo sostiene: “I simboli non hanno mai ucciso nessuno: invece di toglierli li moltiplicherei. Perché non costruiscono delle cappelle apposite, non mettono le croci e i versetti del Corano. Io mi adatterei ai simboli prevalenti del Paese in cui vivo: se in quel Comune ci fosse il 90 per cento dei musulmani capirei. Già all’epoca della riforma protestante e della convivenza tra cattolici e luterani si diceva: “cuius regio eius religio”: la religione del principe è quella del principato”.

Si dovrà, comunque, concludere che la casistica del genere è destinata a crescere a dismisura (tanto più cresce la varietà delle professioni religiose all’interno di una società pluriculturale e globalizzata come la nostra) e a diventare sempre più complessa (dal velo islamico alle tradizioni al confine fra gli stili di vita e la religiose relative ai matrimoni, dall’organizzazione del lavoro a seconda dei ritmi scanditi dai riti religiosi all’alimentazione, ecc.). Per questo dobbiamo prepararci a gestire conflitti, non ad aggirarli furbescamente; a confrontare diverse realtà religiose e non ad imporre una religione sulle altre; a concepire contraddizioni all’interno di ogni chiesa (da quella cattolica che vede suoi componenti coinvolti in situazioni configgenti con gli insegnamenti cristiani, a quella islamica che pure vede suoi esponenti giustificare e comprendere atti che contrastano con la dignità e il libero arbitrio di uomini e donne e, in ultima, analisi, contrastare con la parola del Profeta) e a tutelare che a nessuna chiesa vuole appartenere. Non ci sono scorciatoie a queste difficili conflitti: l’unico approccio possibile e realista è quello laico, così come (ri)costruito dalle diverse sentenze della Corte Costituzionale, che implica in tutti i servitori dello Stato (dagli eletti alla burocrazia) prima di tutto fedeltà concreta negli atti quotidiani a questo principio.

Laicità, un ambito mentale – Laicità nella vita politica

Come detto in avvio, il problema della laicità non riguarda soltanto il rapporto fra Stato (sfera pubblica) e il fenomeno religioso, soprattutto perché laicità non significa l’opposto di religioso, né implica una indifferenza al fenomeno religioso (come ben ha argomentato la sentenza 203 della Corte Costituzionale). La laicità, come scrive Claudio Magris nel suo ultimo “La storia non è finita”, “non è un contenuto filosofico, bensì un abito mentale. … La laicità è l’attitudine critica ad articolare il proprio credo filosofico o religioso secondo regole e principi logici che non possono essere condizionati, nella loro coerenza, da nessuna fede, perché in tal caso si cadrebbe in un torbido pasticcio, sempre oscurantista”.
Per me ne deriva che la laicità è un fatto, un obiettivo da conquistare in primo luogo per i credenti, ma questo è tema altro. Qui vorrei accenturare un’altra questione. Nel senso detto da Magris, la laicità è un’attitudine mentale che porta i suoi fautori, in ogni campo della vita, a considerare la verità come una incessante ricerca da compiere attraverso il dialogo. Ciò implica molti problemi, fra tutti quello del confine fra il necessario relativismo culturale insito in questo approccio e la necessità di affermare alcuni principi e valori universali; ma nel mondo complesso di oggi tali confini sono assai labili, mutevoli, difficili da individuare. E infatti il problema si sposta sul chi stabilisce che un principio è universale (e qui sta tutto il problema della vicenda di Welby o del velo islamico) e sul definire un minimo comune denominatore di valori non negoziabili ma anche su chi e in base a quali criteri giudichi – negli infiniti casi diversi che il mondo moderno propone – quando tali valori vengono violati.

Ma intanto assumere l’atteggiamento di ricerca come fondamento del principio di laicità, ci conduce a ritenere che le minacce allo spirito laico oggi non provengono soltanto dal revanchismo del fondamentalismo religioso, ma anche “..da un deterioramento del costume intellettuale che rischia di svuotarlo e di capovolgerlo nel suo contrario, ossia in intolleranza, mancanza di critica, aggressiva sicumera.
Come aveva intuito anni fa Pasolini, la lotta contro i dogmatismi può pervertirsi nella liquidazione di tutti i valori e principi che possano contrapporsi all’automatico meccanismo sociale; la ragione corre il pericolo di snaturarsi nella mera razionalità calcolante, tecnica di potere che non riconosce valori al di là dei fatti, e di identificarsi con una società anonima e impersonale, che livella e annienta quella responsabilità del giudizio individuale che è il fulcro della laicità” (C.Magris, “La storia non è finita”, pag.21-22).
Ora, in questo senso, c’è una sfida di laicità importante anche per la politica e, al suo interno, per la sinistra.
I rischi sono di due tipi: da un lato il conformismo, il livellamento e l’accettazione acritica della realtà come l’unica possibile nel dibattito politico nel paese e all’interno delle singole forze politiche; dall’altro l’indisponibilità all’ascolto delle ragioni dell’altro e a farsi anche convincere, o meglio la rigidità di argomentazioni apodittiche che non contemplano mai la possibilità che il confronto libero possa condurre a determinazioni non già predefinite all’inizio del confronto. Questi due rischi sono già realtà nel dibattito sui temi “etici” nel paese, ma lo sono anche nel confronto politico complessivo all’interno della sinistra. Ora, io spero (e questo è il contributo personale che cercherò di dare, contando di incontrare tanti su questa strada) che anche nelle scomposizioni e ricomposizioni che all’interno della sinistra sono alla vista, si possa partecipare con questo spirito laico. A partire dai temi legati alla laicità. La laicità intesa in questo senso largo non può essere una precondizione, una sorta di tavola della legge che precede ogni aggregazione politica, vecchia o nuova; bensì non può che essere il fuoco del dibattito culturale, il punto d’arrivo – ogni volta mutevole e messo in discussione – del libero confronto sui temi difficili, complessi, dolorosi che la società globale ci metterà di fronte. Se, viceversa, assumessimo la laicità come giuramento da farsi a priori, cadremmo noi stessi in contraddizione facendo della laicità una religione ossificata e cristallizzando, creando forse una nuova Chiesa. La mia storia personale mi ha reso allergico alle varie Chiese che ho incontrato per la mia strada (quella Cattolica Romana, ma anche quella Comunista Italiana): non vorrei finire in una nuova.

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