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All’improvviso Dante. Lettura dantesca 19 maggio 2012

100canti

All’improvviso Dante. 100 Canti per Firenze” torna sabato 19 maggio per la sua VII edizione: 1265 “cantori”, persone comuni, cultori della Commedia (non dantisti), leggeranno nelle strade e nelle piazze di Firenze in contemporanea i 100 canti della Divina Commedia. Io ho partecipato fin dalla prima edizione, che prese avvio durante il mio mandato di Assessore alla Cultura del Comune di Firenze, a questa iniziativa. E ci sarò anche quest’anno. Con una scelta, per me, importante. Leggerò, a partire dalle 17,30 nel piazzale degli Uffizi, sotto la statua di Mascagni, il Canto VIII del Purgatorio. E’ un Canto importante per me perché, per tutta la mia infanzia e adolescenza, mio babbo è venuto a svegliarmi la mattina per andare a scuola recitandone l’incipit: “Era già l’ora che volge il disio/ ai naviganti e ‘ntenerisce il core/ lo dì c’han detto ai dolci amici addio”. Non capivo da piccolo cosa volesse dire, ma mi piaceva (e, in fondo, mi inteneriva) il ritmo, la rima e svegliarmi la mattina era meno brutale, difficile. Poi crescendo, ho letto e compreso quel Canto e la Commedia che lo conteneva. Leggerò l’VIII del Purgatorio come un omaggio a mio babbo che mi ha reso familiare, che mi ha fatto amare la poesia, lui, uomo appassionato di musica e di libri, che aveva fatto solo la V elementare. L’VIII del Purgatorio è, complessivamente, un Canto struggente, con la visione dell’eterno conflitto fra male (il serpente) e il bene (i due angeli verdi che presidiano la valletta del Purgatorio). Il Canto si chiude come si è aperto, con la malinconia di Corrado di Malaspina di Lunigiana, rassegnato esule, come quella del marinaio-pellegrino che illanguidiva gli esuli. E’ un canto bellissimo e posso capire, ora, perché aveva catturato la curiosità e l’attenzione di mio babbo. Ci vediamo, spero, sabato.

 

Simone Siliani

Dante all'improvviso

Presentazione volume di “Testimonianze” dedicato a padre Ernesto Balducci

Balducci 4Presentazione, il 22 Maggio (presso la sala “Ernesto Balducci” della BIBLIOTECA DELLE OBLATE di FIRENZE, in via dell’ Oriuolo, 26, ore 17.30), del volume speciale della rivista “Testimonianze”(nn. 481-482) intitolato :
“SUL CRINALE DELLA STORIA. A confronto con Ernesto Balducci 20 anni dopo”.
Con: VANNINO CHITI (vice-presidente del Senato), GABRIELLA CARAMORE (Scrittrice e giornalista radiofonica), SERGIO GIVONE (Filosofo, Università di Firenze), SEVERINO SACCARDI (Direttore di “Testimonianze”).
Introduce e coordina:SIMONE SILIANI (Consiglo Direttivo di “Testimonianze”).
Lettura testi: PAOLO LELLI. Commento musicale: LUCIANO VAVOLO. Siete invitati. Passate voce. Grazie



Caro Sindaco, parliamo di biblioteche

Biblioteca delle Oblate 3MARTEDÌ 15 MAGGIO sarò al CAFFE’ LETTERARIO delle MURATE a discutere di questo bel libro.

h 18.30     Tavola Rotonda con l’Autore
CARO SINDACO, PARLIAMO DI BIBLIOTECHE Editrice Bibliografica
di Antonella Agnoli
Intervengono: Antonella Agnoli, saggista e esperta di biblioteche, Roberta Mazzanti, Accademia della lettura, Domenico De Martino, Accademia della Crusca, Paola Ricciardi, Regione Toscana, Chiara Dino, Il Corriere Fiorentino, Simone Siliani, giornalista.

Il libro suggerisce più luoghi di cultura e meno festival, proprio perché le biblioteche, così come la cultura, rappresentano una grande opportunità di crescita civile e democratica.
Antonella Agnoli lancia un invito a tutti i sindaci d’Italia per creare la BIBLIOTECA DEL FUTURO. Un luogo di ricerca e svago, in cui si potranno persino seguire corsi di scacchi, di ikebana, o addirittura sposarsi.
Un libro provocatorio, che propone un progetto chiaro e completo: una vera guida alla valorizzazione delle biblioteche anche in tempi di tagli di bilanci.
Le biblioteche sono una diga contro l’imbarbarimento, un’indispensabile infrastruttura democratica.

Biblioteca 1

Europa, Europa

EuropaDobbiamo prendere atto che il discorso pubblico sull’Europa è ormai totalmente ed esclusivamente occupato dalla economia, anzi dalla finanza che ha egemonizzato l’economia: soltanto a questa dimensione si è ridotto il sogno dell’integrazione europea che 62 anni fa aveva dato vita, a partire dal periferico confino di Ventotene di un gruppo di intellettuali antifascisti, al più ambizioso processo di unificazione federale fra Stati diversi da quello americano di 2 secoli prima. E’ accaduto quello che Ernesto Balducci, nel 1990, temeva come il più infausto degli scenari: “La storia d’Europa ci dimostra che se è vero che non c’è democrazia senza libertà di mercato, è vero anche che non c’è democrazia se il mercato invece di essere una sottodeterminazione della politica arriva a fare della politica una sua sottodeterminazione”. Questa deriva finanziaria è diventata palese dall’inizio della crisi attuale (fine 2007), ma è evidentemente il punto terminale di un processo che è andato di pari passo con l’affermarsi di un sistema finanziario globale che ha condizionato sempre più pesantemente non solo la politica (dai vincoli di bilancio fino a determinare addirittura la caduta o la nascita degli stessi governi nazionali), ma anche i processi produttivi, le decisioni relative alla localizzazione degli impianti produttivi, la contrazione dei sistemi di welfare, finanche certi orientamenti in tema di diritti civili (penso, ad esempio, alle strategie di cittadinanza e dell’immigrazione). Da un certo punto in poi il Dominus del progetto europeo ha cambiato residenza e, invece di stare nei luoghi della democrazia si è trasferito in quelli, molto più opachi e incontrollabili della finanza. Con grandi squilli di tromba e bandiere al vento, promettendo all’orizzonte soli e tempi di crescita senza limiti. Invece, abbiamo visto, tramonti foschi e decrescita dolorosa, cioè il fallimento di questa governance del continente. Un fallimento che pagano incolpevoli cittadini, governi inetti e talvolta telecomandati (che prima di rovinare hanno impiegato somme ingenti di denaro pubblico per salvare banche e istituti finanziari all’origine del disastro) e che alla fine non viene neppure riconosciuto come tale, pretendendo di riproporsi nella versione austerity. E’ pur vero che si comincia a dire la parola crescita, ma non c’è nessuno che provi a qualificarla, a dircene gli elementi fondativi e gli strumenti da attivare.

Allora viene da dire “basta per favore, basta con questa ubriacatura di finanza, spread, borse, fiscal compact con cui si fa coincidere l’identità d’Europa! Non c’è credibilità e soprattutto futuro!”. Riconduciamo il progetto europeo ai suoi fondamentali e ritroviamo lì le sue radici che ancora oggi possono sostanziare un programma politico e una passione ideale. Così scopriremo, ad esempio, che ciò di cui ha maggiore urgenza l’Europa è riempire il vuoto democratico che si è creato nella sua governance istituzionale. La crisi è stata gestita (male) dal Consiglio Europeo: dove gli Stati l’hanno affrontato direttamente e senza la mediazione delle istituzioni. Si è rinunciato, quando ce n’era più bisogno, di avvalersi della preziosa scoperta dei padri fondatori dell’Europa, cioè l’esistenza e l’effettività di istituzioni comunitarie capaci di mettere al primo posto l’interesse comune. Così il Consiglio europeo è finito per assomigliare di più al Congresso di Vienna che ad una struttura della costruzione europea, dove i più forti abbiano prevalso sui più deboli; lo stesso metodo comunitario è stato abbandonato, per fare spazio alla sola contrattazione fra gli Stati forti. I cittadini se ne sono resi conto e nelle recenti elezioni hanno premiato le forze estremiste e quelle antieuropee. Siamo addirittura giunti ad invocare il nazionalismo con tutta la sua corte di orrori, che dovremmo ben ricordare in questo 2012 ad appena venti anni dall’assedio di Sarajevo. Quindi, è il gap democratico che va colmato per riprendere la marcia dell’integrazione europea. Come? Da un lato con il coinvolgimento attivo dei cittadini europei nella vita delle istituzioni europee, percepite come sempre più importanti nella vita quotidiana, ma lontane e non agite. Per questo, può essere utile agire i nuovi strumenti di partecipazione dei cittadini alle scelte dell’Unione, come il potere di iniziative legislativa dei cittadini previsto dal Trattato di Lisbona (art.11). Dall’altro lato occorre chiudere il circuito virtuoso democratico fra rappresentanti e rappresentati, stabilendo una relazione democratica fra il Parlamento Europeo (ad oggi l’unica istituzione europea democraticamente eletta) e Governo dell’Unione. Temi toccati alla conferenza State of the Union ieri in Palazzo Vecchio. Banche, finanza e bilanci – mi dispiace – non saranno sufficienti a riempire il vuoto culturale che si sta creando nel processo europeo.

 

Simone Siliani

(Pubblicato, parzialmente, su l’Unità Toscana – 10.5.2012)

Pratolini e Mahfuz con i loro “Quartieri” a Lettore Cercasi

Pratolini Quartiere

Nell’ultimo incontro del Circolo di Lettura “Lettore cercasi” che si terrà giovedì 17 maggio alle ore 17,30 alla libreria Feltrinelli International a Firenze, tenteremo una lettura azzardata di due libri di altrettanti autori lontanissimi l’uno dall’altro: Vasco Pratolini, “Il quartiere” (1945) e Nagid Mahfuz, “Il nostro quartiere” (1975). Naturalmente, il titolo ha evocato questo azzardato accostamento. Ma, abbiamo voluto fare questa scelta proprio per vedere come questi due grandi scrittori, espressione di culture così diverse, affrontavano temi simili: il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la vita quotidiana in comunità urbane in fase di transizione, l’io narrante coinvolto direttamente nella storia, la forza dell’umanità quasi anonima stretta fra amore e dramma nel dedalo di viuzze del quartieri.

Sì, è vero: autori, scrittura, culture, mondi distanti. Ma, ascoltate qui:

Mi piace molto giocare nello spazio tra il tunnel e il monastero. E, come tutti i bambini, mi diverto ad osservare i gelsi nel giardino del monastero. Le loro foglie verdi sono un’oasi nel nostro quartiere; i neri frutti sono fonte di desiderio per noi. Il monastero è lì, simile a una piccola fortezza circondata dal giardino….” (Mahfuz).

Noi eravamo contenti nel nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini. … Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l’Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d’angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie ‘grasse’ del Trecento” (Pratolini).

L’incipit di entrambi i libri ci indicano che non stiamo parlando di memorialistica o di realismo (se non forse di realismo magico): oltre la vicenda umana dei protagonisti dei due libri, c’è una dimensione, appunto, magica, quasi metafisica, simbolica; nei luoghi, nelle case, nei giardini. Nel quartiere, entità viva, vero protagonista di entrambi i libri.Mahfuz Quartiere

San Suu Kyi
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