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Il giorno della memoria

Per chi può (non io che sarò impegnato in improrogabili e deprimenti impegni di lavoro), non perdetevi l’incontro di oggi al PalaMandela di Firenze in occasione del Giorno della Memoria, per ascoltare fra gli altri Boris Pahor, lo scrittore italo-sloveno 97enne, uno degli ultimi testimoni del mondo concentrazionario. Ascoltare dalla viva voce dei testimoni la realtà della Shoah è un privilegio che ha toccato le nostre generazioni, privilegio che i nostri figli e i nostri nipoti non potranno condividere con noi. “Fahreneit”, la trasmissione pomeridiana di Rai 3 ha posto il tema in questi giorni della “memoria dopo la memoria”, cioè come conservare viva la memoria dopo che i testimoni diretti non saranno più in vita. Fra le diverse risposte a questo interrogativo, credo, vi sia anche il lavoro che in questi anni enti come la Regione Toscana e altri governi locali hanno svolto per diffondere una conoscenza della Shoah fra le giovani generazioni anche attraverso incontri come quello di oggi. Oppure attraverso le visite ai campi. Borsi Pahor vi ritorna nel suo libro “Necropoli”: “… anche questa mia visita, con la quale ho portato un briciolo di significato nelle mie vuote giornate di uomo vivo, si sta trasformando mio malgrado in un atto pietistico. E sia pure. Sia pure, questo, un omaggio ai Mani dei miei compagni morti. Ma qui non c’è niente di vivo che potrei portarmi via. Nessuna rivelazione. Al massimo la conferma che non può esistere una divinità buona e onnipresente che sia rimasta testimone muta davanti a questo fumaiolo. E davanti alle camere a gas. No, se c’è qualche divinità, è una divinità che non conosce e non può conoscere distinzione fra il bene e il male. Ma questo, di nuovo e ancora una volta, significa che soltanto l’uomo può dare ordine al mondo in cui vive e cambiarlo in modo che sia possibile realizzarvi le idee buone piuttosto che quelle cattive. Così sarebbe possibile cambiare il mondo, almeno su scala umana. L’uomo si avvicinerebbe all’idea di bontà che sogna da quando è diventato cosciente delle proprie capacità. Si avvicinerebbe alla divinità buona che il suo cuore ha concepito”.
Il Giorno della Memoria è anche una occasione di riflessione per l’Europa, dicevamo ieri citando un altro passo di “Necropoli”. Sì, perché la vicenda ebraica tocca il cuore dell’identità europea. Ne parla, in un suo piccolo ma intenso libro – “Contro il fanatismo” ò un altro dei protagonisti dell’incontro di oggi, Amos OZ: “… sono diventato scrittore anche perché vengo da una famiglia di profughi al cuore a pezzi. Tutti i miei parenti, sia da parte di padre sia per parte d madre, erano degli europei devoti. In sostanza, dei grandi appassionati dell’Europa. Conoscevano lingue svariate, e storie e culture: nutrivano una inesausta infatuazione per l’Europa. Ma purtroppo in quel periodo, negli anni venti e trenta, quando si trovarono costretti a lasciare l’Europa – molti di loro se ne andarono fra gli anni venti e i primi del decennio successivo – a quell’epoca gli ebrei, come i membri della mia famiglia, erano gli unici europei d’Europa. Tutti gli altri professavano il pangermanesimo piuttosto che il panslavismo, quando non erano patrioti portoghesi”.
Sono tempi bui anche quelli di oggi: pochi innamorati dell’idea di Europa perché la modernità, la laicità, l’universalismo dei diritti umani, il valore degli esseri umani senza alcuna distinzione fra “stranieri” e “autoctoni”, fra “regolari” e “clandestini”, fra “noi” e “loro”, fra la civiltà Occidentale e Islamica, Gli ebrei, nei primi anni del secolo scorso, hanno costruito l’idea stessa di Occidente, di modernità, di Europa, salvando così i valori su cui poggia la nostra costruzione democratica. Sapremo essere degni di ricordare da dove veniamo, di difendere questa idea, di farlo per quei milioni passati per il camino?

Per chi può (non io che sarò impegnato in improrogabili e deprimenti impegni di lavoro), non perdetevi l’incontro di oggi al PalaMandela di Firenze in occasione del Giorno della Memoria, per ascoltare fra gli altri Boris Pahor, lo scrittore italo-sloveno 97enne, uno degli ultimi testimoni del mondo concentrazionario. Ascoltare dalla viva voce dei testimoni la realtà della Shoah è un privilegio che ha toccato le nostre generazioni, privilegio che i nostri figli e i nostri nipoti non potranno condividere con noi. “Fahreneit”, la trasmissione pomeridiana di Rai 3 ha posto il tema in questi giorni della “memoria dopo la memoria”, cioè come conservare viva la memoria dopo che i testimoni diretti non saranno più in vita. Fra le diverse risposte a questo interrogativo, credo, vi sia anche il lavoro che in questi anni enti come la Regione Toscana e altri governi locali hanno svolto per diffondere una conoscenza della Shoah fra le giovani generazioni anche attraverso incontri come quello di oggi. Oppure attraverso le visite ai campi. Borsi Pahor vi ritorna nel suo libro “Necropoli”: “… anche questa mia visita, con la quale ho portato un briciolo di significato nelle mie vuote giornate di uomo vivo, si sta trasformando mio malgrado in un atto pietistico. E sia pure. Sia pure, questo, un omaggio ai Mani dei miei compagni morti. Ma qui non c’è niente di vivo che potrei portarmi via. Nessuna rivelazione. Al massimo la conferma che non può esistere una divinità buona e onnipresente che sia rimasta testimone muta davanti a questo fumaiolo. E davanti alle camere a gas. No, se c’è qualche divinità, è una divinità che non conosce e non può conoscere distinzione fra il bene e il male. Ma questo, di nuovo e ancora una volta, significa che soltanto l’uomo può dare ordine al mondo in cui vive e cambiarlo in modo che sia possibile realizzarvi le idee buone piuttosto che quelle cattive. Così sarebbe possibile cambiare il mondo, almeno su scala umana. L’uomo si avvicinerebbe all’idea di bontà che sogna da quando è diventato cosciente delle proprie capacità. Si avvicinerebbe alla divinità buona che il suo cuore ha concepito”.

Il Giorno della Memoria è anche una occasione di riflessione per l’Europa, dicevamo ieri citando un altro passo di “Necropoli”. Sì, perché la vicenda ebraica tocca il cuore dell’identità europea. Ne parla, in un suo piccolo ma intenso libro – “Contro il fanatismo” ò un altro dei protagonisti dell’incontro di oggi, Amos OZ: “… sono diventato scrittore anche perché vengo da una famiglia di profughi al cuore a pezzi. Tutti i miei parenti, sia da parte di padre sia per parte d madre, erano degli europei devoti. In sostanza, dei grandi appassionati dell’Europa. Conoscevano lingue svariate, e storie e culture: nutrivano una inesausta infatuazione per l’Europa. Ma purtroppo in quel periodo, negli anni venti e trenta, quando si trovarono costretti a lasciare l’Europa – molti di loro se ne andarono fra gli anni venti e i primi del decennio successivo – a quell’epoca gli ebrei, come i membri della mia famiglia, erano gli unici europei d’Europa. Tutti gli altri professavano il pangermanesimo piuttosto che il panslavismo, quando non erano patrioti portoghesi”.

Sono tempi bui anche quelli di oggi: pochi innamorati dell’idea di Europa perché la modernità, la laicità, l’universalismo dei diritti umani, il valore degli esseri umani senza alcuna distinzione fra “stranieri” e “autoctoni”, fra “regolari” e “clandestini”, fra “noi” e “loro”, fra la civiltà Occidentale e Islamica, Gli ebrei, nei primi anni del secolo scorso, hanno costruito l’idea stessa di Occidente, di modernità, di Europa, salvando così i valori su cui poggia la nostra costruzione democratica.

Sapremo essere degni di ricordare da dove veniamo, di difendere questa idea, di farlo per quei milioni passati per il camino?

Necropoli, di Boris Pahor

Boris Pahor è uno degli ultimi testimoni della Shoah che avremo la possibilità di ascoltare dal vivo grazie alla iniziativa della Regione Toscana per il Giorno della Memoria mercoledì 27 gennaio dalle ore 9,30 al PalaMandela di Firenze. Il suo libro, Necropoli, ha scosso molti di noi, che forse avevamo assunto il dato della Shoah come qualcosa di quasi disincarnato, di dato per scontato, quasi mitizzato pur nella sua inconcepibilità. O forse proprio per questo. Pahor, con il suo libro, ci ha sbattuto in faccia le nostre comode certezze e ci riporta alla cruda realtà, materialità del Male assoluto. Il libro si apre con il suo ritorno, in una delle visite della memoria, nell’universo concentrazionario: “Uomini e donne di tutti i paesi d’Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell’eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un suolo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana”.
Scorrono così i nomi, i volti, le storie, le tragedie, i gesti minimi della sopravvivenza, gli atti di quotidiano eroismo, i luoghi della necropoli. Ma qui, forse più che altrove c’è l’identità d’Europa, quella che nessun referendum o nessun trattato potrà mai cancellare o al contrario legittimare. E, non appaia un paradosso, se l’Europa non fa i conti con questa storia fino in fondo, avrà mancato di fare se stessa. In uno di questi luoghi, scrive Pahor, hanno sistemato un piccolo cimitero, con due scritte, “Honneur et patrie – Ossa humiliata. Due espressioni, quasi due aforismi nei quali, come al solito, gli uomini condensano la rivelazione di una verità indicibile. Ma ciò che ora mi avvilisce non è l’isolamento cui sono condannati questi ripiani, bensì il silenzio in cui un’élite previdente e tenace avvolge queste ossa humiliata. Chi nel momento dell’estremo pericolo per l’Europa aveva giurato di disinfestarla a fondo si è poi asservito ad altri interessi meno nobili, per raggiungere i quali l’esigenza di una vera denazificazione diventa un ostacolo. Così l’Europa è uscita dal dopoguerra, che avrebbe potuto essere il periodo in cui compiere la propria purificazione, come un’invalida a cui qualcuno abbia applicato occhi di vetro perché non spaventi i bravi cittadini con le sue occhiaie vuote, e tuttavia burlandosi di lei e offendendola con impudenza. E l’uomo europeo ha accettato questo perché, nonostante le sue esclamazioni altisonanti, in verità è indolente e pauroso, talmente abituato a tirare avanti con comodo e a ridurre tutto quanto a sistema da non trovare lo spazio per inserire, nel proprio ordine di preoccupazioni misurato col bilancino, il bisogno di un atto di fierezza. E se ogni tanto, nell’inconscio, prova vergogna per questa situazione da eunuco, si sfoga in grande stile nelle prediche moralizzatrici e nello stigmatizzare le gesta avventate della gioventù; ma ha già scialacquato in anticipo il patrimonio di onestà e di giustizia che avrebbe dovuto trasmettere alle nuove generazioni. … Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche”.
Parole che sferzano come frustrate, che dobbiamo ascoltare per quanto dure e violente ci possano apparire, per quanto poco confortevoli con la nostra digerita narrazione della Shoah, perché qui sta la possibilità di capire e reagire ai prodromi della intolleranza e del razzismo che non sono ignoti nell’Europa del XXI secolo.

Boris_PahorBoris Pahor è uno degli ultimi testimoni della Shoah che avremo la possibilità di ascoltare dal vivo grazie alla iniziativa della Regione Toscana per il Giorno della Memoria mercoledì 27 gennaio dalle ore 9,30 al PalaMandela di Firenze. Il suo libro, Necropoli, ha scosso molti di noi, che forse avevamo assunto il dato della Shoah come qualcosa di quasi disincarnato, di dato per scontato, quasi mitizzato pur nella sua inconcepibilità. O forse proprio per questo. Pahor, con il suo libro, ci ha sbattuto in faccia le nostre comode certezze e ci riporta alla cruda realtà, materialità del Male assoluto. Il libro si apre con il suo ritorno, in una delle visite della memoria, nell’universo concentrazionario: “Uomini e donne di tutti i paesi d’Europa si radunano qui su questi alti terrazzamenti di montagna, dove il male aveva il sopravvento sul dolore e sembrava capace di imprimere alla consunzione il marchio dell’eternità. Si radunano qui per poggiare il piede su un suolo sacro dove le ceneri dei loro simili, con muta presenza, segnano nella coscienza dei popoli una tappa incancellabile della storia umana”.

Scorrono così i nomi, i volti, le storie, le tragedie, i gesti minimi della sopravvivenza, gli atti di quotidiano eroismo, i luoghi della necropoli. Ma qui, forse più che altrove c’è l’identità d’Europa, quella che nessun referendum o nessun trattato potrà mai cancellare o al contrario legittimare. E, non appaia un paradosso, se l’Europa non fa i conti con questa storia fino in fondo, avrà mancato di fare se stessa. In uno di questi luoghi, scrive Pahor, hanno sistemato un piccolo cimitero, con due scritte, “Honneur et patrie – Ossa humiliata. Due espressioni, quasi due aforismi nei quali, come al solito, gli uomini condensano la rivelazione di una verità indicibile. Ma ciò che ora mi avvilisce non è l’isolamento cui sono condannati questi ripiani, bensì il silenzio in cui un’élite previdente e tenace avvolge queste ossa humiliata. Chi nel momento dell’estremo pericolo per l’Europa aveva giurato di disinfestarla a fondo si è poi asservito ad altri interessi meno nobili, per raggiungere i quali l’esigenza di una vera denazificazione diventa un ostacolo. Così l’Europa è uscita dal dopoguerra, che avrebbe potuto essere il periodo in cui compiere la propria purificazione, come un’invalida a cui qualcuno abbia applicato occhi di vetro perché non spaventi i bravi cittadini con le sue occhiaie vuote, e tuttavia burlandosi di lei e offendendola con impudenza. E l’uomo europeo ha accettato questo perché, nonostante le sue esclamazioni altisonanti, in verità è indolente e pauroso, talmente abituato a tirare avanti con comodo e a ridurre tutto quanto a sistema da non trovare lo spazio per inserire, nel proprio ordine di preoccupazioni misurato col bilancino, il bisogno di un atto di fierezza. E se ogni tanto, nell’inconscio, prova vergogna per questa situazione da eunuco, si sfoga in grande stile nelle prediche moralizzatrici e nello stigmatizzare le gesta avventate della gioventù; ma ha già scialacquato in anticipo il patrimonio di onestà e di giustizia che avrebbe dovuto trasmettere alle nuove generazioni. … Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto dei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche”.

Parole che sferzano come frustrate, che dobbiamo ascoltare per quanto dure e violente ci possano apparire, per quanto poco confortevoli con la nostra digerita narrazione della Shoah, perché qui sta la possibilità di capire e reagire ai prodromi della intolleranza e del razzismo che non sono ignoti nell’Europa del XXI secolo.

Il Giorno della Memoria

Regione Toscana ha organizzato, come ogni anno, molte iniziative intorno al Giorno della Memoria. Ma quella che si svolge mercoledì 27 gennaio dalle 9,30 fino alle 12,30 al PalaMandela di Firenze è davvero una occasione enorme di ascoltare alcuni dei maggiori intellettuali e scrittori viventi. Imre Kertész (premio Nobel per la letteratura 2004) e Amos Oz da soli basterebbero a farne un grande evento culturale; ma la presenza di Boris Pahor fa di questa iniziativa una occasione unica. Pahor nasce a Trieste nel 1913 e durante la guerra ha collaborato con la resistenza necropoliantifascista slovena ed è stato deportato nei campi di concentramento nazisti. Da quella esperienza è nato “Necropoli”(scritto in sloveno come tutti i libri di Pahor), il libro sulla Shoah per me più forte degli ultimi anni. Un libro duro, che racconta con crudezza del mondo crematorio, della lucida follia assassina e del freddo calcolo omicida dei nazisti e soprattutto del trauma di chi, come Pahor, era destinato ai lavori di smaltimento dei fratelli detenuti.

Vorrei proporre alcuni brani di questo straordinario libro sul mio blog nei prossimi giorni, senza la pretesa di farne una lettura collettiva completa, ma per offrire alcuni spunti di riflessione che da questo libro ci portano fino ai nostri giorni. Parallelamente, proporrò anche brani di un piccolo ma intenso libro di Amos Oz, “Contro il fanatismo” (Feltrinelli, 2002) che, per quanto si concentri sul conflitto israelo-palestinese ha qualcosa da dirci sul fanatismo in generale, così presente nella nostra vita contemporanea.

Partirò, tuttavia, dalla introduzione a “Necropoli” scritta da Claudio Magris, che ci dice qualcosa di come il fascismo e il nazismo non si manifestino d’un tratto, ma siano preceduti da cambiamenti culturali, sconvolgimenti sociali e intolleranze che sottovalutate possono rapidamente degenerare in regimi illiberali e vere e proprie dittatura. Le quali negli anni ’30 del secolo scorso hanno assunto le forme storiche note in Italia e in Germania. Ma a me pare che sintomi simili che nella società odierna si manifestano nell’odio o nella discriminazione verso gli stranieri e verso la diversità etnica e culturale, non dovrebbero essere sottovalutati.

I fascismi e il nazismo scaturiscono certo dai vari nazionalismi, ma non solo da essi bensì da una particolare reazione (etnica, sociale, economica, politica, culturale, talora perfino religiosa) al radicale sconvolgimento che, con la prima guerra mondiale e successivamente, ha distrutto il vecchio ordine europeo. Per disinnescare il loro mortale meccanismo è necessario sfatare ogni febbre identitaria, ogni idolatria identità nazionale, autentica quando viene vissuta con semplicità ma falsa e distruttiva quando viene innalzata a idolo e a valore assoluto e si vaneggia superiore alle altre. La particolarità, ha scritto Predrag Matvejevic, non è ancora un valore, è solo la premessa di un possibile valore che la trascende; quando viene oppressa, va difesa anche duramente ma senza permettere mai – come diceva, in un momento drammatico per la nazione polacca, a Milosz suo zio Oscar – che essa diventi il valore supremo. La nazionalità è un valore proprio in quanto non è un dato di natura, bensì ciò che si sente a talora si sceglie di essere: Martin pollack ricorda ad esempio come a Tüffer, una piccola cittadina nella Stiria inferiore, nelle tensioni fra tedeschi e sloveni fra otto e Novecento, un caporione tedesco-nazionale si chiamava Drolz e un nazionalista sloveno Drolc.”

Regione Toscana ha organizzato, come ogni anno, molte iniziative intorno al Giorno della Memoria. Ma quella che si svolge mercoledì 27 gennaio dalle 9,30 fino alle 12,30 al PalaMandela di Firenze è davvero una occasione enorme di ascoltare alcuni dei maggiori intellettuali e scrittori viventi. Imre Kertész (premio Nobel per la letteratura 2004) e Amos Oz da soli basterebbero a farne un grande evento culturale; ma la presenza di Boris Pahor fa di questa iniziativa una occasione unica. Pahor nasce a Trieste nel 1913 e durante la guerra ha collaborato con la resistenza antifascista slovena ed è stato deportato nei campi di concentramento nazisti. Da quella esperienza è nato “Necropoli” (scritto in sloveno come tutti i libri di Pahor), il libro sulla Shoah per me più forte degli ultimi anni. Un libro duro, che racconta con crudezza del mondo crematorio, della lucida follia assassina e del freddo calcolo omicida dei nazisti e soprattutto del trauma di chi, come Pahor, era destinato ai lavori di smaltimento dei fratelli detenuti.
Vorrei proporre alcuni brani di questo straordinario libro sul mio blog nei prossimi giorni, senza la pretesa di farne una lettura collettiva completa, ma per offrire alcuni spunti di riflessione che da questo libro ci portano fino ai nostri giorni. Parallelamente, proporrò anche brani di un piccolo ma intenso libro di Amos Oz, “Contro il fanatismo” (Feltrinelli, 2002) che, per quanto si concentri sul conflitto israelo-palestinese ha qualcosa da dirci sul fanatismo in generale, così presente nella nostra vita contemporanea.
Partirò, tuttavia, dalla introduzione a “Necropoli” scritta da Claudio Magris, che ci dice qualcosa di come il fascismo e il nazismo non si manifestino d’un tratto, ma siano preceduti da cambiamenti culturali, sconvolgimenti sociali e intolleranze che sottovalutate possono rapidamente degenerare in regimi illiberali e vere e proprie dittatura. Le quali negli anni ’30 del secolo scorso hanno assunto le forme storiche note in Italia e in Germania. Ma a me pare che sintomi simili che nella società odierna si manifestano nell’odio o nella discriminazione verso gli stranieri e verso la diversità etnica e culturale, non dovrebbero essere sottovalutati.
“I fascismi e il nazismo scaturiscono certo dai vari nazionalismi, ma non solo da essi bensì da una particolare reazione (etnica, sociale, economica, politica, culturale, talora perfino religiosa) al radicale sconvolgimento che, con la prima guerra mondiale e successivamente, ha distrutto il vecchio ordine europeo. Per disinnescare il loro mortale meccanismo è necessario sfatare ogni febbre identitaria, ogni idolatria identità nazionale, autentica quando viene vissuta con semplicità ma falsa e distruttiva quando viene innalzata a idolo e a valore assoluto e si vaneggia superiore alle altre. La particolarità, ha scritto Predrag Matvejevic, non è ancora un valore, è solo la premessa di un possibile valore che la trascende; quando viene oppressa, va difesa anche duramente ma senza permettere mai – come diceva, in un momento drammatico per la nazione polacca, a Milosz suo zio Oscar – che essa diventi il valore supremo. La nazionalità è un valore proprio in quanto non è un dato di natura, bensì ciò che si sente a talora si sceglie di essere: Martin pollack ricorda ad esempio come a Tüffer, una piccola cittadina nella Stiria inferiore, nelle tensioni fra tedeschi e sloveni fra otto e Novecento, un caporione tedesco-nazionale si chiamava Drolz e un nazionalista sloveno Drolc.”

C’era l’amore nel ghetto – 9a puntata

Siamo arrivati all’ultima puntata di questa lettura collettiva del libro di Marek Edelman, C’era l’amore nel ghetto” (Sellerio Editore Palermo) che presentiamo oggi giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro. Un tentativo di attirare l’attenzione verso una vicenda importante ma sottovalutata della storia del secondo conflitto mondiale e interna alla tragedia della Shoa.
La rivolta del Ghetto di Varsavia ha avuto come protagonisti una giovane generazione di ebrei polacchi che ha deciso di mettersi in gioco avendo visto in azione la macchina dello sterminio nazista, dopo mesi di confino dentro una zona chiusa e angusta della città e dopo aver sofferto privazioni, vessazioni, violenze, senza alcuna possibilità di aiuto esterno (e, anzi con il fondato sospetto di un disinteresse del governo polacco in esilio). La vita nel Ghetto era presto diventata impossibile, nonostante la grande capacità di autorganizzazione della comunità ebraica, come dimostra questo libro di Edelman. La testimonianza dell’autore è stata fondamentale per la memoria di questa parte di storia del Novecento. E Marek Edelman non si è risparmiato nel raccontare, ricostruire brandelli di memoria, assemblare volti, storie, ricordi… ma c’era qualcosa che sentiva mancava in queste testimonianze, che appunto Marek ha raccolto in questo ultimo libro. Che cosa fosse lo dice bene Paula Sawicka, che ha raccolto la testimonianza di Marek, in una nota che chiude il libro:
“Da oltre un quarto di secolo Marek Edelman mi parla del passato. Lo ascolto anche rispondere alle domande che gli rivolgono persone interessate ai racconti di un testimone della storia. E quando se ne vanno, sento immancabilmente dire: ‘Ma perché nessuno mi chiede se nel ghetto c’era l’amore? Perché questo non interessa a nessuno? Sull’amore nel ghetto qualcuno dovrebbe fare un film. E’ l’amore che permetteva di sopravvivere’. Ecco perché all’inizio è nato il testo sull’amore nel ghetto. Voleva incoraggiare qualche sceneggiatore”.
Questo voleva Edelman, mentre si compiva la sua parabola umana. Fra le poche cose cinematografiche sul ghetto di Varsavia, a me pare che ciò di più vicino ho visto vicino ad un film sull’amore nel ghetto sia “Il pianista” di Roman Polanski (qui potete vederne alcune scene http://www.youtube.com/watch?v=ivYHhW-v3×8 ). Quando  Szpilman suona sulle rovine di Varsavia la ballata n.1 op.23 di Chopin compie un atto di amore verso la vita, verso il suo popolo umiliato e lo risolleva idealmente al di sopra del Male assoluto che l’ha devastato. L’amore per la musica lo fa sopravvivere, gli fa immaginare le sue melodie su un piano che non può suonare nell’appartamento in cui è nascosto, ma in quel momento la musica lo salva. Non so cosa pensasse Edelman di questo film. Io ho pensato a lui quando l’ho visto e ho ripensato a quel film leggendo dell’amore nel ghetto di Edelman.
Buona lettura, a tutti. E Grazie a Marek.

Siamo arrivati all’ultima puntata di questa lettura collettiva del libro di Marek Edelman, “C’era l’amore nel ghetto” (Sellerio Editore Palermo) che presentiamo oggi giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro. Un tentativo di attirare l’attenzione verso una vicenda importante ma sottovalutata della storia del secondo conflitto mondiale e interna alla tragedia della Shoa.

La rivolta del Ghetto di Varsavia ha avuto come protagonisti una giovane generazione di ebrei polacchi che ha deciso di mettersi in gioco avendo visto in azione la macchina dello sterminio nazista, dopo mesi di confino dentro una zona chiusa e angusta della città e dopo aver sofferto privazioni, vessazioni, violenze, senza alcuna possibilità di aiuto esterno (e, anzi con il fondato sospetto di un disinteresse del governo polacco in esilio). La vita nel Ghetto era presto diventata impossibile, nonostante la grande capacità di autorganizzazione della comunità ebraica, come dimostra questo libro di Edelman. La testimonianza dell’autore è stata fondamentale per la memoria di questa parte di storia del Novecento. E Marek Edelman non si è risparmiato nel raccontare, ricostruire brandelli di memoria, assemblare volti, storie, ricordi… ma c’era qualcosa che sentiva mancava in queste testimonianze, che appunto Marek ha raccolto in questo ultimo libro. Che cosa fosse lo dice bene Paula Sawicka, che ha raccolto la testimonianza di Marek, in una nota che chiude il libro:

Da oltre un quarto di secolo Marek Edelman mi parla del passato. Lo ascolto anche rispondere alle domande che gli rivolgono persone interessate ai racconti di un testimone della storia. E quando se ne vanno, sento immancabilmente dire: ‘Ma perché nessuno mi chiede se nel ghetto c’era l’amore? Perché questo non interessa a nessuno? Sull’amore nel ghetto qualcuno dovrebbe fare un film. E’ l’amore che permetteva di sopravvivere’. Ecco perché all’inizio è nato il testo sull’amore nel ghetto. Voleva incoraggiare qualche sceneggiatore”.

Questo voleva Edelman, mentre si compiva la sua parabola umana. Fra le poche cose cinematografiche sul ghetto di Varsavia, a me pare che ciò di più vicino ho visto vicino ad un film sull’amore nel ghetto sia “Il pianista” di Roman Polanski (qui potete vederne alcune scene http://www.youtube.com/watch?v=ivYHhW-v3×8 ). Quando  Szpilman suona sulle rovine di Varsavia la ballata n.1 op.23 di Chopin compie un atto di amore verso la vita, verso il suo popolo umiliato e lo risolleva idealmente al di sopra del Male assoluto che l’ha devastato. L’amore per la musica lo fa sopravvivere, gli fa immaginare le sue melodie su un piano che non può suonare nell’appartamento in cui è nascosto, ma in quel momento la musica lo salva. Non so cosa pensasse Edelman di questo film. Io ho pensato a lui quando l’ho visto e ho ripensato a quel film leggendo dell’amore nel ghetto di Edelman.

Buona lettura, a tutti. E Grazie a Marek.

C’era l’amore nel ghetto – 8a puntata

Perché  mai insistere così tanto nel proporre la lettura di un libro come quello di Marek Edelman, “C’era l’amore nel Ghetto” (Sellerio Editore Palermo, 2009), che sarà presentato giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca dlele Oblate di Firenze, da Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri (autori della Prefazione e curatori del libro) e Ludmila Ryba (traduttrice e curatrice del libro)? In fondo si tratta di un piccolo libro che racconta una vicenda apparentemente piccola, breve, circoscritta alla prima rivolta armata contro le armate di Hitler in Europa e di un gruppo di 220 giovani ebrei socialisti polacchi. Il fatto è che i Fantasmi dell’antisemitismo nell’Est Europeo (titolo di un interessante articolo di Timothy Garton Ash uscito su “la Repubblica” del 24.12.2009), continuano da allora ad imperversare ai giorni d’oggi e la vicenda polacca dei campi di sterminio resta un nodo centrale della memoria e della consapevolezza della tragedia del Novecento. L’alleanza nel Parlamento Europeo fra i Conservatori inglesi e un gruppo di partiti di destra del centro e dell’est Europa, guidati da Michal Kaminski leader del partito polacco Legge e Giustizia, è qualcosa di più di un accordo parlamentare. L’equazione (impropria, ma che pure è reiterata) tra Polonia, cattolicesimo, nazionalismo e antisemitismo, fino alla connivenza con l’Olocausto, provoca – dice Garton Ash – “nei polacchi una reazione di difesa ostacolandoli nel  processo di fare i conti con un passato profondamente inquietante di antisemitismo polacco e cattolico. (Non limitato alla destra: il partito comunista polacco fu scosso dalla famigerata campagna anti-semita nel 1968”. Naturalmente vi sono evidenze storiche di questa tesi (ad esempio la carneficina perpetrata dai contadini cattolici nella primavera del 1941, nella cittadina di Jedwabne nella Polonia orientale), ma anche evidenze del contrario. E la vicenda di Edelman e della Zob parla di una corrente di pensiero, di azione politica caratterizzata dal cosmopolitismo, da una visione progressista e democratica della società. Una corrente forte nell’ebraismo polacco che pure fu annientata nella repressione della rivolta del Ghetto e nella “soluzione finale”. Coloro che riuscirono a fuggire o a sopravvivere, si dettero il compito storico della memoria. Molti furono fatti fuggire dal console giapponese Sugihara  e da quello olandese  Kaunas Jan Zwartendijk, cui Edelman dedica belle pagine del libro. Fra questi Emanuel Nowogròdzki, segretario generale del Bund, che riuscì a portare via buona parte dei documenti del Bund da cui trasse materiale per un libro sulla storia del Bund polacco fra le due guerre.
Un libro di eroi, ma nel senso di Edelman, come scrivono Goldkorn e Sofri nella introduzione: “Marek Edelman ci dice che quello che noi consideriamo eroismo è spesso frutto di una decisione repentina, quasi casuale, di un agire d’istinto: l’eroismo come l’insieme di fortuite circostanze. In questo libro Marek spiega invece, e parla anche di sé, come non sempre l’eroismo sia possibile. Lui, che è una leggenda vivente, alza le spalle. E’ scorbutico. Si capisce che lo invitino malvolentieri alle celebrazioni: non si sa mai. Si muove quando vede rinascere lo scandalo dell’omissione di soccorso, come in Bosnia, in Cecenia, in troppi altri luoghi. … Terribile è stato il mondo in cui Edelman ha tenuto e tiene fedelmente il suo posto. Ma è difficile che incontriate un altro uomo così pieno di pudore e perfino di vergogna verso la propria intransigente fraternità”.

Perché  mai insistere così tanto nel proporre la lettura di un libro come quello di Marek Edelman, “C’era l’amore nel Ghetto” (Sellerio Editore Palermo, 2009), che sarà presentato giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca dlele Oblate di Firenze, da Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri (autori della Prefazione e curatori del libro) e Ludmila Ryba (traduttrice e curatrice del libro)? In fondo si tratta di un piccolo libro che racconta una vicenda apparentemente piccola, breve, circoscritta alla prima rivolta armata contro le armate di Hitler in Europa e di un gruppo di 220 giovani ebrei socialisti polacchi. Il fatto è che i Fantasmi dell’antisemitismo nell’Est Europeo (titolo di un interessante articolo di Timothy Garton Ash uscito su “la Repubblica” del 24.12.2009), continuano da allora ad imperversare ai giorni d’oggi e la vicenda polacca dei campi di sterminio resta un nodo centrale della memoria e della consapevolezza della tragedia del Novecento.

L’alleanza nel Parlamento Europeo fra i Conservatori inglesi e un gruppo di partiti di destra del centro e dell’est Europa, guidati da Michal Kaminski leader del partito polacco Legge e Giustizia, è qualcosa di più di un accordo parlamentare. L’equazione (impropria, ma che pure è reiterata) tra Polonia, cattolicesimo, nazionalismo e antisemitismo, fino alla connivenza con l’Olocausto, provoca – dice Garton Ash – “nei polacchi una reazione di difesa ostacolandoli nel  processo di fare i conti con un passato profondamente inquietante di antisemitismo polacco e cattolico. (Non limitato alla destra: il partito comunista polacco fu scosso dalla famigerata campagna anti-semita nel 1968”. Naturalmente vi sono evidenze storiche di questa tesi (ad esempio la carneficina perpetrata dai contadini cattolici nella primavera del 1941, nella cittadina di Jedwabne nella Polonia orientale), ma anche evidenze del contrario. E la vicenda di Edelman e della Zob parla di una corrente di pensiero, di azione politica caratterizzata dal cosmopolitismo, da una visione progressista e democratica della società. Una corrente forte nell’ebraismo polacco che pure fu annientata nella repressione della rivolta del Ghetto e nella “soluzione finale”. Coloro che riuscirono a fuggire o a sopravvivere, si dettero il compito storico della memoria. Molti furono fatti fuggire dal console giapponese Sugihara  e da quello olandese  Kaunas Jan Zwartendijk, cui Edelman dedica belle pagine del libro. Fra questi Emanuel Nowogròdzki, segretario generale del Bund, che riuscì a portare via buona parte dei documenti del Bund da cui trasse materiale per un libro sulla storia del Bund polacco fra le due guerre.

Un libro di eroi, ma nel senso di Edelman, come scrivono Goldkorn e Sofri nella introduzione: “Marek Edelman ci dice che quello che noi consideriamo eroismo è spesso frutto di una decisione repentina, quasi casuale, di un agire d’istinto: l’eroismo come l’insieme di fortuite circostanze. In questo libro Marek spiega invece, e parla anche di sé, come non sempre l’eroismo sia possibile. Lui, che è una leggenda vivente, alza le spalle. E’ scorbutico. Si capisce che lo invitino malvolentieri alle celebrazioni: non si sa mai. Si muove quando vede rinascere lo scandalo dell’omissione di soccorso, come in Bosnia, in Cecenia, in troppi altri luoghi. … Terribile è stato il mondo in cui Edelman ha tenuto e tiene fedelmente il suo posto. Ma è difficile che incontriate un altro uomo così pieno di pudore e perfino di vergogna verso la propria intransigente fraternità”.

C’era l’amore nel ghetto – 7a puntata

Marek Edelman ha ricordato ogni anniversario della repressione del Ghetto di Varsavia con una camminata silenziosa lungo le vie e i luoghi dove si consumò  la tragedia. Per ricordare, perché il ricordo ha bisogno anche della fisicità dei riferimenti, dei volti e delle vite delle persone, di racconti, di libri. Come “C’era l’amore nel ghetto”, che sarà presentato il giorno giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro. Il libro è denso di nomi, di vite e di amori vissuti, di scontri politici, di luoghi, vie, edifici pesanti come solo sa esserlo l’architettura dell’Europa centro-orientale. Ma sono le persone, vive, in carne ed ossa che fanno la memoria. Edelman dedica un intero capitolo a Antek e Celina. Due figure davvero straordinarie. Antek Itshak Cukierman era un militante sionista (verso i quali Edelman non nutre inizialmente alcuna fiducia), leader della Dror (l’organizzazione socialista sionista), membro del Comando Generale della Zob e durante l’insurrezione del ghetto fu il contatto con l’Ak nella parte ariana; combatté nel Ghetto e dopo la guerra emigra in Israele dove fonda il kibbutz Lochamei Hagetaoth (“Combattenti del Ghetto”). Ma ciò che lo rende straordinario era la sua cultura e la sua cultura “romantica”. Nel libro “Il Guardiano” Edelman dice di lui che “conosceva a memoria tutti i poemi di Itzhak Leybush Peretz, il grande scrittore yiddish della fine del secolo scorso, e la metà di quelli di Juliusz Slowacki, il poeta romantico polacco…. Più di tutti, gli piaceva l’Anhelli di Slowacki…. Era un uomo romantico. Scriveva lettere ai suoi amici nei campi di concentramento. Ma oltre alle informazioni che bisognava infilarvi, erano lettere piene di romanticismo, di fiori, d’amore. … Aveva uno spiccato senso della bellezza. Amava parlare non di quello che stava succedendo in quel preciso momento, ma delle persone. … Era a disagio solo quando occorreva sparare. Nella sua Weltanschauung sparare era triste necessità, non un merito.”
Cywia Lubetkin “Celina” aveva un curriculum politico identico a quello di Antek, di cui diventò moglie, nonché suo alter ego e suggeritrice delle scelte politiche di Antek, fra cui la lettera che questi scrisse – all’indomani della repressione dell’insurrezione del Ghetto – al rappresentante sionista nel Consiglio Nazionale polacco in esilio a Londra, Schwarcbard: “Se non ci aiuterete, vi malediranno fino alla decima generazione”. Scrive Edelman: “Fu Celina il motore del suo giudizio critico nei confronti dell’attività dei servizi segreti israeliani, i cui agenti comparivano in Romania, in Ungheria o in Bulgaria, ma non cercavano mai di arrivare in Polonia. Lei, valutando la questione in maniera lucida, lo interpretava come segno di una politica sbagliata di Ben Gurion”.
Due combattenti, indubbiamente; leader politici, anche; amici e compagni di vita soprattutto. Nomi sconosciuti alle nostre latitudini ma, di nuovo, comprendere la vicenda del Ghetto di Varsavia ha un valore nel comprendere molte delle dinamiche politiche anche del dopoguerra in Europa e certamente nello scontro con la Germania Nazista:
“Nel gennaio del ’43 i tedeschi diedero inizio alla seconda ondata di deportazioni. Questa volta incontrarono resistenza, nel ghetto si udirono spari. A sparare eravamo noi. Agli scontri coi tedeschi parteciparono Antek e Celina. Furono i primi spari, in Polonia e in Europa, diretti contro dei soldati tedeschi nelle strade di una città occupata. Cadde il mito del tedesco invincibile. Presi alla sprovvista, i tedeschi si ritirarono al ghetto. Questo fu molto importante per noi. Ci diede le ali. E fece sì che si accorgessero di noi nella parte ariana. A metà aprile il Comando della Zob inviò Antek nella parte ariana come nostro rappresentante presso le autorità della Polonia clandestina. Purtroppo non ebbe abbastanza tempo prima dell’insurrezione per allacciare contatti ufficiali con la resistenza polacca. Rimase isolato. Lo scoppio dell’insurrezione lo sorprese nella città ostile, dove a ogni passo la sua vita era in pericolo. Non poté partecipare all’insurrezione né poté aiutare i suoi compagni che combattevano. Fu il suo grande dramma.”

Marek Edelman ha ricordato ogni anniversario della repressione del Ghetto di Varsavia con una camminata silenziosa lungo le vie e i luoghi dove si consumò  la tragedia. Per ricordare, perché il ricordo ha bisogno anche della fisicità dei riferimenti, dei volti e delle vite delle persone, di racconti, di libri.  Come “C’era l’amore nel ghetto”, che sarà presentato il giorno giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro.
Il libro è denso di nomi, di vite e di amori vissuti, di scontri politici, di luoghi, vie, edifici pesanti come solo sa esserlo l’architettura dell’Europa centro-orientale. Ma sono le persone, vive, in carne ed ossa che fanno la memoria. Edelman dedica un intero capitolo a Antek e Celina. Due figure davvero straordinarie. Antek Itshak Cukierman era un militante sionista (verso i quali Edelman non nutre inizialmente alcuna fiducia), leader della Dror (l’organizzazione socialista sionista), membro del Comando Generale della Zob e durante l’insurrezione del ghetto fu il contatto con l’Ak nella parte ariana; combatté nel Ghetto e dopo la guerra emigra in Israele dove fonda il kibbutz Lochamei Hagetaoth (“Combattenti del Ghetto”). Ma ciò che lo rende straordinario era la sua cultura e la sua cultura “romantica”. Nel libro “Il Guardiano” Edelman dice di lui che “conosceva a memoria tutti i poemi di Itzhak Leybush Peretz, il grande scrittore yiddish della fine del secolo scorso, e la metà di quelli di Juliusz Slowacki, il poeta romantico polacco…. Più di tutti, gli piaceva l’Anhelli di Slowacki…. Era un uomo romantico. Scriveva lettere ai suoi amici nei campi di concentramento. Ma oltre alle informazioni che bisognava infilarvi, erano lettere piene di romanticismo, di fiori, d’amore. … Aveva uno spiccato senso della bellezza. Amava parlare non di quello che stava succedendo in quel preciso momento, ma delle persone. … Era a disagio solo quando occorreva sparare. Nella sua Weltanschauung sparare era triste necessità, non un merito.”

Cywia Lubetkin “Celina” aveva un curriculum politico identico a quello di Antek, di cui diventò moglie, nonché suo alter ego e suggeritrice delle scelte politiche di Antek, fra cui la lettera che questi scrisse – all’indomani della repressione dell’insurrezione del Ghetto – al rappresentante sionista nel Consiglio Nazionale polacco in esilio a Londra, Schwarcbard: “Se non ci aiuterete, vi malediranno fino alla decima generazione”. Scrive Edelman: “Fu Celina il motore del suo giudizio critico nei confronti dell’attività dei servizi segreti israeliani, i cui agenti comparivano in Romania, in Ungheria o in Bulgaria, ma non cercavano mai di arrivare in Polonia. Lei, valutando la questione in maniera lucida, lo interpretava come segno di una politica sbagliata di Ben Gurion”.

Due combattenti, indubbiamente; leader politici, anche; amici e compagni di vita soprattutto. Nomi sconosciuti alle nostre latitudini ma, di nuovo, comprendere la vicenda del Ghetto di Varsavia ha un valore nel comprendere molte delle dinamiche politiche anche del dopoguerra in Europa e certamente nello scontro con la Germania Nazista:

Nel gennaio del ’43 i tedeschi diedero inizio alla seconda ondata di deportazioni. Questa volta incontrarono resistenza, nel ghetto si udirono spari. A sparare eravamo noi. Agli scontri coi tedeschi parteciparono Antek e Celina. Furono i primi spari, in Polonia e in Europa, diretti contro dei soldati tedeschi nelle strade di una città occupata. Cadde il mito del tedesco invincibile. Presi alla sprovvista, i tedeschi si ritirarono al ghetto. Questo fu molto importante per noi. Ci diede le ali. E fece sì che si accorgessero di noi nella parte ariana. A metà aprile il Comando della Zob inviò Antek nella parte ariana come nostro rappresentante presso le autorità della Polonia clandestina. Purtroppo non ebbe abbastanza tempo prima dell’insurrezione per allacciare contatti ufficiali con la resistenza polacca. Rimase isolato. Lo scoppio dell’insurrezione lo sorprese nella città ostile, dove a ogni passo la sua vita era in pericolo. Non poté partecipare all’insurrezione né poté aiutare i suoi compagni che combattevano. Fu il suo grande dramma.

C’era l’amore nel ghetto – 6a puntata

In diciotto pagine fulminanti, intense e concitate, Marek Edelman racconta gli otto giorni decisivi della repressione della rivolta del ghetto di Varsavia, nel suo libro C’era l’amore nel ghetto” (Sellerio Editore Palermo) che sarà presentato il giorno giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro.  Non la verità storica, dice Edelman, bensì “un resoconto degli eventi cui ho partecipato, insieme alle scarse notizie che allora mi giungevano. Ma quella cognizione influiva sul mio modo di pensare e di valutare la situazione dell’epoca. Finora l’ho tenuto nello stomaco. Non siamo stati rispettati, né allora, né dopo. E come allora, così in tutti questi sessant’anni siamo rimasti politicamente al margine. Non omnis moriar. E’ lecito oggi vedere le cose così come le si vedevano allora? Oppure bisogna ripensarle in maniera nuova? Bisogna distillare il ricordo attraverso il filtro della conoscenza odierna? … Forse bisogna tacere. Eppure voglio parlare, anche de della maggior parte delle vicende potevo sapere solo per sentito dire, poiché vivevo al margine e non avevo altri, migliori contatti. Forse con l’età il silenzio mi disturba di più?”
Edelman racconta delle difficoltà del comando della Zob, l’Organizzazione ebraica di combattimento, a stabilire contatti con il Comando Generale dell’Ak, l’Armata dell’interno polacca fedele al governo in esilio, che non si fidava degli ebrei. La Zob, fondata nel 1942, è costituita dal Bund, il Dror, Hashomer Hatzair, l’organizzazione giovanile sionista Akiba e un piccolo gruppo del Partito Comunista ebreo: non più di 220 giovani, la gran parte dei quali furono uccisi nel 1942, durante il Grande Rastrellamento (come spiega Edelman nel libro di Assuntino e Goldkorn, “Il guardiano. Marek Edelman racconta”). Ci sono storie di tradimenti, di spie, di consegna di ebrei ai tedeschi da parte di altri polacchi. Poi ci sono i primi scontri con i tedeschi. Poi la notte tra il 18 e il 19 aprile 1943 quando nel ghetto è in atto la liquidazione definitiva: è la prima azione di resistenza armata nell’Europa occupata dai nazisti e sono 220 ragazzi e ragazze che tengono testa all’esercito tedesco per tre settimane. Ma, infine, la rappresaglia dei nazisti fu tremenda e l’8 maggio il comando della Zob si suicida nel bunker circondato dai nazisti, mentre un altro gruppo di militanti fra cui Edelman che era in un’altra parte della città riesce a fuggire dal Ghetto attraverso le fogne. Il 16 maggio i tedeschi, debellata definitivamente la resistenza, fanno esplodere la Grande Sinagoga di via Tolmackie e, dopo averlo incendiato, rade al suolo il ghetto. Ma la tragedia di Varsavia non era destinata a finire lì perché il 1° agosto 1944, mentre i soldati dell’Armata Rossa di Stalin restano sulla riva destra della Vistola a guardare, l’Ak dà il via all’insurrezione, ma gli insorti vengono trucidati. Ciò che resta della Zob combatte nelle file della resistenza comunista Al, perché con l’Ak non corre buon sangue. Edelman ne fa cenno anche in questo suo libro:”..da noi non c’erano spie. Noi eravamo amici fin dall’infanzia e ci conoscevamo bene. Eravamo sicuri l’uno dell’altro, sapevamo che non ci saremmo traditi a vicenda. … Nell’Ak alcuni traditori godettero a lungo di fiducia. Riuscirono a consegnare ai tedeschi qualche centinaio di persone, prima di perdere la fiducia dei loro comandanti. Mentre noi non eravamo degni di fiducia, anche se i nostri uomini, i nostri amici non avevano mai tradito nessuno”. C’è una tragedia interna nel corpo vivo della resistenza polacca, nel movimento nazionalista di Polonia, che sarà poi l’inizio di una vera e propria persecuzione che colpirà gli ebrei polacchi ad opera degli stessi connazionali.
Intervista a Edelman di Gad Lerner
http://www.youtube.com/watch?v=HM4m6QT-ju4

In diciotto pagine fulminanti, intense e concitate, Marek Edelman racconta gli otto giorni decisivi della repressione della rivolta del ghetto di Varsavia, nel suo libro “C’era l’amore nel ghetto” (Sellerio Editore Palermo) che sarà presentato il giorno giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro.
Non la verità storica, dice Edelman, bensì “un resoconto degli eventi cui ho partecipato, insieme alle scarse notizie che allora mi giungevano. Ma quella cognizione influiva sul mio modo di pensare e di valutare la situazione dell’epoca. Finora l’ho tenuto nello stomaco. Non siamo stati rispettati, né allora, né dopo. E come allora, così in tutti questi sessant’anni siamo rimasti politicamente al margine. Non omnis moriar. E’ lecito oggi vedere le cose così come le si vedevano allora? Oppure bisogna ripensarle in maniera nuova? Bisogna distillare il ricordo attraverso il filtro della conoscenza odierna? … Forse bisogna tacere. Eppure voglio parlare, anche de della maggior parte delle vicende potevo sapere solo per sentito dire, poiché vivevo al margine e non avevo altri, migliori contatti. Forse con l’età il silenzio mi disturba di più?

Edelman racconta delle difficoltà del comando della Zob, l’Organizzazione ebraica di combattimento, a stabilire contatti con il Comando Generale dell’Ak, l’Armata dell’interno polacca fedele al governo in esilio, che non si fidava degli ebrei. La Zob, fondata nel 1942, è costituita dal Bund, il Dror, Hashomer Hatzair, l’organizzazione giovanile sionista Akiba e un piccolo gruppo del Partito Comunista ebreo: non più di 220 giovani, la gran parte dei quali furono uccisi nel 1942, durante il Grande Rastrellamento (come spiega Edelman nel libro di Assuntino e Goldkorn, “Il guardiano. Marek Edelman racconta”).
Ci sono storie di tradimenti, di spie, di consegna di ebrei ai tedeschi da parte di altri polacchi. Poi ci sono i primi scontri con i tedeschi. Poi la notte tra il 18 e il 19 aprile 1943 quando nel ghetto è in atto la liquidazione definitiva: è la prima azione di resistenza armata nell’Europa occupata dai nazisti e sono 220 ragazzi e ragazze che tengono testa all’esercito tedesco per tre settimane. Ma, infine, la rappresaglia dei nazisti fu tremenda e l’8 maggio il comando della Zob si suicida nel bunker circondato dai nazisti, mentre un altro gruppo di militanti fra cui Edelman che era in un’altra parte della città riesce a fuggire dal Ghetto attraverso le fogne. Il 16 maggio i tedeschi, debellata definitivamente la resistenza, fanno esplodere la Grande Sinagoga di via Tolmackie e, dopo averlo incendiato, rade al suolo il ghetto. Ma la tragedia di Varsavia non era destinata a finire lì perché il 1° agosto 1944, mentre i soldati dell’Armata Rossa di Stalin restano sulla riva destra della Vistola a guardare, l’Ak dà il via all’insurrezione, ma gli insorti vengono trucidati. Ciò che resta della Zob combatte nelle file della resistenza comunista Al, perché con l’Ak non corre buon sangue. Edelman ne fa cenno anche in questo suo libro:”..da noi non c’erano spie. Noi eravamo amici fin dall’infanzia e ci conoscevamo bene. Eravamo sicuri l’uno dell’altro, sapevamo che non ci saremmo traditi a vicenda. … Nell’Ak alcuni traditori godettero a lungo di fiducia. Riuscirono a consegnare ai tedeschi qualche centinaio di persone, prima di perdere la fiducia dei loro comandanti. Mentre noi non eravamo degni di fiducia, anche se i nostri uomini, i nostri amici non avevano mai tradito nessuno”. C’è una tragedia interna nel corpo vivo della resistenza polacca, nel movimento nazionalista di Polonia, che sarà poi l’inizio di una vera e propria persecuzione che colpirà gli ebrei polacchi ad opera degli stessi connazionali.

Intervista a Edelman di Gad Lerner:

Geografia della vita nel ghetto

Segnalo questo interessantissimo articolo di Sergio Luzzatto, sul Sole24Ore,  a proposito di Marek Edelman e della vita nel ghetto di Varsavia.  Da non perdere.

C’era l’amore nel ghetto – 5a puntata

L’amore nel Ghetto di Varsavia conviveva con la più metodica e inconcepibile violenza che l’esercito tedesco esercitava quotidianamente sulla popolazione ebraica. Non solo durante la repressione della rivolta nel 1943; anzi, in buona misura essa fu una reazione all’escalation di violenza ed esecuzioni che i tedeschi produssero nel 1942. Ce ne parla Marek Edelman, di cui presentiamo il libro C’era l’amore nel ghetto” (Sellerio Editore Palermo) il giorno giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro:
“Nell’aprile del ’42, una notte, i tedeschi entrarono nel ghetto a sorpresa e tirarono fuori dalle loro abitazioni 52 persone che fucilarono seduta stante nei portoni delle loro case. Fu l’inizio delle azioni di terrore. Poi, fino al 22 luglio, quando cioè iniziò la Grande Operazione di sgombero, arrivavano regolarmente di notte, con le stesse modalità facevano uscire singole persone dalle loro case e le ammazzavano, sigillando l’appartamento e lasciando i corpi nei portoni aperti o sulla strada. Gli uccisi erano di solito personaggi noti, appartenenti alla élite del ghetto. … Tutti nel ghetto si domandavano quali fossero i motivi di quelle operazioni e perché ne cadevano vittime certe persone e non altre. Io sono dell’avviso che i tedeschi  volessero semplicemente mostrare che nessuno poteva sentirsi al sicuro, che le repressioni concernevano non solo gente povera e inabile, ma tutti senza eccezioni, e che nessuno si sarebbe comprato la sicurezza”.
Poi iniziarono le deportazioni. Il luogo, terribile, di raccolta è diventato una sorta di paradigma, di logos maligno del Male, la Umschlagplatz, la piazza di trasbordo, dove durante il periodo del ghetto la verdura  veniva trasferita dalla parte ariana a quella ebraica. Con l’inizio della Grande Operazione di luglio 1942 ogni giorno arriva alla Umschlagplatz un treno con 15/20 vagoni che vengono caricati degli ebrei rastrellati nel ghetto per essere portati a Treblinka. Un luogo dove avvenivano violenze inaudite (stupri, pestaggi, assassini), compiute perlopiù dalla unità militare ucraina di stanza a Varsavia. Edelman racconta una di queste violenze perpetrate ai danni di una giovane donna e si pone oggi la domanda che probabilmente si saranno posti anche i cittadini di Srebrenica, o di Sarajevo e che certamente fu all’origine della decisione di prendere le armi per difendere se stessi e le inermi vittime della violenza nazista: “… tutti vedevano, ed io stavo in disparte e vedevo anch’io. Adesso mi chiederai come un uomo retto dovrebbe comportarsi in una situazione simile. L’uomo invece si è comportato come ha potuto. Guardava, vedeva e non poteva fare niente. Certo, bisognava sparare, ma bisognava anche avercela, un’arma”. Così nasce l’esigenza di organizzare la rivolta armata dentro il ghetto e l’organizzazione politico-militare del Bund, di cui Edelman fu uno dei capi, ne fu protagonista: una pagina di storia importante nella riconquista della dignità umana e politica dei polacchi e dei cittadini europei.
History Channel sul Ghetto di Varsavia

L’amore nel Ghetto di Varsavia conviveva con la più metodica e inconcepibile violenza che l’esercito tedesco esercitava quotidianamente sulla popolazione ebraica. Non solo durante la repressione della rivolta nel 1943; anzi, in buona misura essa fu una reazione all’escalation di violenza ed esecuzioni che i tedeschi produssero nel 1942. Ce ne parla Marek Edelman, di cui presentiamo il libro “C’era l’amore nel ghetto“ (Sellerio Editore Palermo) il giorno giovedì 21 gennaio alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate a Firenze con la partecipazione di Wlodek Goldgorn (responsabile della cultura dell’Espresso) e di Adriano Sofri, curatori del libro, insieme a Ludmila Ryba traduttrice del libro:

Nell’aprile del ’42, una notte, i tedeschi entrarono nel ghetto a sorpresa e tirarono fuori dalle loro abitazioni 52 persone che fucilarono seduta stante nei portoni delle loro case. Fu l’inizio delle azioni di terrore. Poi, fino al 22 luglio, quando cioè iniziò la Grande Operazione di sgombero, arrivavano regolarmente di notte, con le stesse modalità facevano uscire singole persone dalle loro case e le ammazzavano, sigillando l’appartamento e lasciando i corpi nei portoni aperti o sulla strada. Gli uccisi erano di solito personaggi noti, appartenenti alla élite del ghetto. … Tutti nel ghetto si domandavano quali fossero i motivi di quelle operazioni e perché ne cadevano vittime certe persone e non altre. Io sono dell’avviso che i tedeschi  volessero semplicemente mostrare che nessuno poteva sentirsi al sicuro, che le repressioni concernevano non solo gente povera e inabile, ma tutti senza eccezioni, e che nessuno si sarebbe comprato la sicurezza”.

Poi iniziarono le deportazioni. Il luogo, terribile, di raccolta è diventato una sorta di paradigma, di logos maligno del Male, la Umschlagplatz, la piazza di trasbordo, dove durante il periodo del ghetto la verdura  veniva trasferita dalla parte ariana a quella ebraica. Con l’inizio della Grande Operazione di luglio 1942 ogni giorno arriva alla Umschlagplatz un treno con 15/20 vagoni che vengono caricati degli ebrei rastrellati nel ghetto per essere portati a Treblinka. Un luogo dove avvenivano violenze inaudite (stupri, pestaggi, assassini), compiute perlopiù dalla unità militare ucraina di stanza a Varsavia. Edelman racconta una di queste violenze perpetrate ai danni di una giovane donna e si pone oggi la domanda che probabilmente si saranno posti anche i cittadini di Srebrenica, o di Sarajevo e che certamente fu all’origine della decisione di prendere le armi per difendere se stessi e le inermi vittime della violenza nazista: “… tutti vedevano, ed io stavo in disparte e vedevo anch’io. Adesso mi chiederai come un uomo retto dovrebbe comportarsi in una situazione simile. L’uomo invece si è comportato come ha potuto. Guardava, vedeva e non poteva fare niente. Certo, bisognava sparare, ma bisognava anche avercela, un’arma”. Così nasce l’esigenza di organizzare la rivolta armata dentro il ghetto e l’organizzazione politico-militare del Bund, di cui Edelman fu uno dei capi, ne fu protagonista: una pagina di storia importante nella riconquista della dignità umana e politica dei polacchi e dei cittadini europei.

History Channel sul Ghetto di Varsavia:

C’era l’amore nel ghetto – 4a puntata

Tuttavia, sì,  “C’era l’amore nel Ghetto”, ci racconta Marek Edelman e ne parleremo insieme a Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri (insieme a Ludmila Ryba che lo ha tradotto) che hanno curato il libro omonimo di Edelman, giovedì 21 gennaio 2010 alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate di Firenze.
Nonostante la inconcepibile quantità di violenza, dolore e aberrazioni che gli ebrei polacchi furono costretti a subire nel Ghetto di Varsavia, l’amore era parte della loro vita e della morte di molti di loro. Edelman ne dà testimonianza diretta nel suo libro. Nel Ghetto c’era la fame ma anche l’amore che, come è sempre nelle cose della vita, si presenta con molte e variegate forme ed esperienze. Edelman, senza ridondanza o retorica, ma semplicemente e con tono quasi cronachistico, riferisce storie di amori struggenti, di sacrifici fatti in nome dell’amore, di amore passionale, di amori sbagliati e scandalosi, quasi ad avvertirci – mentre si avvicina il Giorno della Memoria –  che il Male può essere banale ma l’Amore non lo è mai.
La signora Tenenbaum riceve il “numero della vita” insieme ad altre 44 mila persone alla conclusione della Grande Operazione di sgombero del Ghetto ma “quando all’ospedale tutti coloro che avevano il numero si misero dal lato ‘della vita’, qualcuno si accorse che la signora Tenenbaum era nel letto, e sul suo tavolino c’erano delle bottigliette vuote di luminal, una lettera e il suo numero. Nella lettera la signora Tenenbaum diceva che il suo numero lo dava a sua figlia e che si toglieva la vita. Non starò a raccontare nei dettagli le divergenze tra i medici sulla scelta di salvare o meno la signora Tenenbaum. Alcuni erano dell’opinione che bisognasse salvarla, altri invece che no, perché tale era la sua volontà. E così è stato”.
Oppure la storia d’amore fra la dottoressa quarantenne che prese il posto del marito disperso in guerra e dell’amore che nacque con un giovane più giovane di lei di 15 anni che così riuscì a salvarsi. Ancora la storia della ragazza con il suo amico/amante che guidava il risciò, con il quale ritrova la mamma che viene trascinata all’Umschlagplatz e che decide di seguirla, scusandosi con lui, sui vagoni.
L’amore nato durante il passaggio nel ghetto piccolo allo scoccare del coprifuoco che resiste alla tragedia del ghetto e della guerra, si separano ma dopo oltre 20 anni si incontrano di nuovo: “sebbene durante tutto quel tempo ognuno di loro avesse vissuto un’altra vita, continuavano ad essere una cosa sola. Quando lei fu vicina a morire, la donna che l’accudiva telefonò a lui per chiedere se poteva sospendere le cure”.
Hendusia e Roza che partono per l’ultimo viaggio con i bambini:  “Hendusia avrebbe potuto uscire, salvarsi, sopravvivere. Ma non voleva che i bambini avessero paura, che piangessero. E rimase con loro, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto. E rimase con loro, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto. Per senso del dovere o per amore dei bambini? All’epoca era la stessa cosa”.
La giovane staffetta che si innamora del soldato ferito arriva ad una conclusione che forse può sembrare paradossale, ma tutto lo è nel ghetto: “diceva che era valsa la pena sopportare il ghetto e l’insurrezione di Varsavia, perché grazie a questo aveva imparato che cosa era l’amore e quanto si poteva dare di sé all’altro”.

Tuttavia, sì,  “C’era l’amore nel Ghetto”, ci racconta Marek Edelman e ne parleremo insieme a Wlodek Goldkorn e Adriano Sofri (insieme a Ludmila Ryba che lo ha tradotto) che hanno curato il libro omonimo di Edelman, giovedì 21 gennaio 2010 alle ore 18 alla Biblioteca delle Oblate di Firenze.

Nonostante la inconcepibile quantità di violenza, dolore e aberrazioni che gli ebrei polacchi furono costretti a subire nel Ghetto di Varsavia, l’amore era parte della loro vita e della morte di molti di loro. Edelman ne dà testimonianza diretta nel suo libro. Nel Ghetto c’era la fame ma anche l’amore che, come è sempre nelle cose della vita, si presenta con molte e variegate forme ed esperienze. Edelman, senza ridondanza o retorica, ma semplicemente e con tono quasi cronachistico, riferisce storie di amori struggenti, di sacrifici fatti in nome dell’amore, di amore passionale, di amori sbagliati e scandalosi, quasi ad avvertirci – mentre si avvicina il Giorno della Memoria –  che il Male può essere banale ma l’Amore non lo è mai.

La signora Tenenbaum riceve il “numero della vita” insieme ad altre 44 mila persone alla conclusione della Grande Operazione di sgombero del Ghetto ma “quando all’ospedale tutti coloro che avevano il numero si misero dal lato ‘della vita’, qualcuno si accorse che la signora Tenenbaum era nel letto, e sul suo tavolino c’erano delle bottigliette vuote di luminal, una lettera e il suo numero. Nella lettera la signora Tenenbaum diceva che il suo numero lo dava a sua figlia e che si toglieva la vita. Non starò a raccontare nei dettagli le divergenze tra i medici sulla scelta di salvare o meno la signora Tenenbaum. Alcuni erano dell’opinione che bisognasse salvarla, altri invece che no, perché tale era la sua volontà. E così è stato”.

Oppure la storia d’amore fra la dottoressa quarantenne che prese il posto del marito disperso in guerra e dell’amore che nacque con un giovane più giovane di lei di 15 anni che così riuscì a salvarsi. Ancora la storia della ragazza con il suo amico/amante che guidava il risciò, con il quale ritrova la mamma che viene trascinata all’Umschlagplatz e che decide di seguirla, scusandosi con lui, sui vagoni.

L’amore nato durante il passaggio nel ghetto piccolo allo scoccare del coprifuoco che resiste alla tragedia del ghetto e della guerra, si separano ma dopo oltre 20 anni si incontrano di nuovo: “sebbene durante tutto quel tempo ognuno di loro avesse vissuto un’altra vita, continuavano ad essere una cosa sola. Quando lei fu vicina a morire, la donna che l’accudiva telefonò a lui per chiedere se poteva sospendere le cure”.

Hendusia e Roza che partono per l’ultimo viaggio con i bambini:  “Hendusia avrebbe potuto uscire, salvarsi, sopravvivere. Ma non voleva che i bambini avessero paura, che piangessero. E rimase con loro, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto.  Per senso del dovere o per amore dei bambini? All’epoca era la stessa cosa”.

La giovane staffetta che si innamora del soldato ferito arriva ad una conclusione che forse può sembrare paradossale, ma tutto lo è nel ghetto: “diceva che era valsa la pena sopportare il ghetto e l’insurrezione di Varsavia, perché grazie a questo aveva imparato che cosa era l’amore e quanto si poteva dare di sé all’altro”.

San Suu Kyi
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